Cult of the Lamb – La recensione che vi convertirà al credo dell’agnello eretico

Cult of The Lamb
Quando un agnello sacrificale vive due volte accade Cult of the Lamb, l'ibrido di Massive Monster e Devolver Digital sul lanuginoso sommo profeta.

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Genere: Gestionale/Action-adventure
Multiplayer: Assente
Lingua/e: Testi in inglese

Benvenuti al cult(o) ibrido di Devolver

Agnello dimonio…con occhi di bragia!

Non sono un grande fan dei giochi gestionali, forse a causa delle tante variabili di cui tener conto, dei menu talvolta complicati e di situazioni problematiche che si creano per la natura del gameplay (anche quando avevo cercato in tutti i modi di evitarle)…o forse ho sempre un po’ snobbato la quotidianità di dover creare il proprio appezzamento di terra e poi magari la propria piccola dimora, curando l’orticello, il mobilio, ricordandosi di pulire…a scapito dell’azione pura, rapida, concitata. Ammetto che non è quasi mail il mio genere, e sicuramente lo è ancora meno in un anno in cui su Nintendo Switch uno degli indie più succosi è quel Neon White che sembra rispondere a tutta la mia piramide dei bisogni ludici.

Forse però sono stato salvato sulla via di Damasco. Forse l’agnello di Dio che…(solo in questo caso) porta i peccati nel mondo, ha accolto la mia supplica inespressa, una nuova nicchia di mercato quasi inesplorata. Con Cult of The Lamb infatti, siamo di fronte ad un concept a dir poco stimolante ed irriverente: l’agnello, il simbolo dell’animale sacrificale per eccellenza, si fa protagonista di un’avventura che lo porterà a sopravvivere ad un sacrificio per diventare esso stesso il principale sacerdote promotore di un culto demoniaco, e per farlo non dovrà soltanto gestire e sviluppare le strutture ed il credo del nuovo culto, ma combattere in “crociate” action-isometriche, a caccia di risorse e di vittoria sui custodi della Vecchia Fede (mi sento nuovamente chiamato in causa, dato accanto all’aggettivo “Vecchia” c’è il mio nome).

In realtà il gioco è stato ampiamente cavalcato nelle campagne di marketing di Devolver Digital, causando così il superamento del milione di copie vendute già ad un paio di settimane dall’uscita, che per un indie rappresenta una cifra da ascesa all’Empireo. L’idea originale e il design coccoloso, ma al tempo stesso sanguinolento del protagonsita, dei suoi fedeli e delle ambientazioni ha sicuramente fatto breccia nei cuori del pubblico e del vostro “amante dei giochi indie” di fiducia: non potevo quindi lasciarmi scappare l’occasione di parlare di una delle produzioni “a basso budget” che più hanno fatto (e faranno) parlare di se nei prossimi mesi.

Un simbolo duplice per una duplice natura di gameplay

Qual è la tua risposta affermativa?

La narrazione si apre sul nostro povero agnellino condotto al patibolo dal culto dei Four Bishops (mi duole informarvi che purtroppo il gioco, al momento, è interamente in inglese) un quartetto di cattivoni molto simili alla Mano di Dio del ben noto manga Berserk: al momento dell’uccisione la nostra lanosa offerta sacrificale viene trasportata in un’altra dimensione da una quinta entità, denominata The One Who Waits (ovvero “Colui Che Attende”) che da subito mostra di essere in contrasto con il culto vigente e che salva il nostro solo ed esclusivamente affinché questi possa farsi carico di creare un culto in suo nome. Subito si nota la cura della produzione anche nei dialoghi, che sono ben scritti e variano dal tono profetico e mistico nelle fasi di narrazione della “lore”, a quello divertente e intrigante negli alterchi tra i personaggi e nella descrizione delle varie quest.

Tuttavia, il punto di forza maggiore di Cult of The Lamb è la sua natura ibrida (riecheggiata perfettamente dall’agnello in trance demoniaca), che vi richiederà di dividervi in modo estremamente equilibrato tra due fasi ben distinte di gameplay: la fase di combattimento per liberare The One Who Waits dalle catene dei quattro boss principali e la fase gestionale, che vi vedrà sviluppare e crescere il credo del vostro agnello.

Agni Dogma

La gestione del vostro culto varierà dalla costruzione delle infrastrutture (letti, prigioni, capanne sempre più solide) alla messa in opera delle strategie di sopravvivenza dei fedeli, come l’agricoltura e tutti i sistemi di stoccaggio delle risorse, e i servizi igienici (ne parleremo più tardi) che mano a mano vi permetteranno di sviluppare il vostro insediamento fino a trovare l’equilibrio e l’autosostentamento. La giornata solitamente dovrà iniziare con un sermone nel tempio, che rinnoverà la fede nei cuori dei vostri seguaci: questi, a loro volta pregando presso il santuario in vostro nome, vi offriranno una delle valute più importanti del gioco (che non sia legna, roccia o carne da cucinare): la devozione.

Scrivete i VOSTRI comandamenti e seguiteli!

La devozione è centrale per la progressione di Cult of The Lamb: infatti, grazie ad essa potrete sbloccare nuovi edifici e costruzioni per il culto tramite un vero e proprio albero a scelte multiple che influenzerà enormemente i caratteri fondanti della religione che andrete a creare. La bellezza del gioco sta proprio nella possibilità di definire il credo stabilendone i dogmi, le cosidette “doctrines”: ad esempio, potrete creare un culto pacifista, che ignori completamente la “consigliata” via del sacrificio dei vostri fedeli, inculcando nelle loro menti il credo nella “vita dopo la morte”. Così facendo eviterete un regime di terrore e immolazioni, ma vi precluderete i rapidi benefici conferiti da questa pratica. I tratti dei dogmi saranno spesso contrari, ma egualmente percorribili: ad esempio, in base alla nostra scelta di cui sopra, la nostra partita dovrà proseguire con scelte pacifiche di formazione, rieducazione e soddisfazione di quelle pecorelle che dovessero iniziare a dubitare della vostra parola, evitando accuratamente ogni spargimento di sangue.

Ognuno di questi tratti darà una forma unica al vostro culto e quindi anche alle strategie effettive su cui dovete concentrarvi: se i vostri fedeli crederanno con fervore nel sacrificio, forse potrete effettuare qualche rituale con immolazione in più, ma sarà opportuno anche concentrarsi sulle fosse per seppellirne i cadaveri e mantenere il tutto il più asettico e igienizzato possibile, pena il diffondersi di malattie! Non resta che sperimentare e comprendere qual sarà l’ecosistema migliore da mettere in atto secondo le vostre dottrine, abbracciando gli stratificati effetti dei vostri comandamenti.

Un agnello a caccia di follower

La tua mente è una “finestra” sulla tua devozione, caro/a…Fenatre.

I fedeli sono infatti centrali al proliferare del culto ed estremamente più interattivi che in altri gestionali: totalmente personalizzabili nell’aspetto, avranno anche dei tratti di svantaggio/vantaggio a seconda delle proprie attitudini (c’è chi sarà instancabile nel tagliare la legna, ma rapido nel perdere la devozione accumulata e viceversa, chi potrà generare punti devozione molto rapidamente, ma facile a contrarre malattie). Dopo i primi passi nella campagna acquisirete infatti, la possibilità di leggere nella mente dei vostri devoti per comprendere e soddisfare le loro necessità più basiche (il cibo ha un indicatore apposito a forma di stomaco, il sonno di qualità sarà fondamentale perché i vostri siano pronti e scattanti per affrontare la giornata successiva) e anche la possibilità di benedirli almeno una volta al giorno per ravvivare rapidamente l’indicatore della loro fede.

Inoltre, di quando in quando potrete imbattervi in eventi unici ed esilaranti, quando i seguaci vi proporranno alcune quest (totalmente ignorabili e dagli effetti sempre molteplici). Se in alcuni semplici casi si tratterà di reperire alcune risorse durante le vostre crociate, in altri si arriverà persino a richieste sorprendenti e diaboliche, come l’architettare alcuni scherzetti: in un caso ci è addirittura stato chiesto di far mangiare i propri escrementi ad un altro povero confratello di passaggio, causando da un lato l’estrema soddisfazione (e aumento di fedeltà smisurato) del richiedente, dall’altro una grave malattia per la vittima (con possibili risvolti epidemici).

Un agnello e la sua jihad

Un agnello non fa paura…ma un agnello con la spada…

Quando crederete di aver soddisfatto tutti i requisiti del culto per la giornata in corso, o quando avrete necessità di alcune risorse particolari, come ad esempio l’erba o la carne, potrete imbarcarvi nell’altra “metà” del gameplay, ossia le “crociate”. Queste rappresentano vere e proprie spedizioni di combattimento attraverso vari livelli procedurali: all’inizio di ogni crociata vi troverete di fronte ad una mappa con molteplici percorsi da scegliere, così da poter privilegiare la conversione di un nuovo fedele, o la raccolta di pietra o cibo, a seconda delle necessità (eh, so già che avrete sempre voglia di esplorare quella “strana tappa con il punto interrogativo”, nevvero?). Il sistema di combattimento è solido e vi permetterà di compiere attacchi in mischia e a distanza o ad area grazie alle “maledizioni” che recupererete strada facendo e che si ricaricano con le uccisioni all’arma bianca.

Purtroppo però, in questa fase si manifestano le prime ed uniche pecche del gioco: la scarsa varietà dei nemici e la perdita di colpi del frame rate nelle fasi in cui la situazione a schermo diventa affollata. Se alla ripetitività dei mob i Massive Monster potranno ovviare con l’apporto di nuovi contenuti in futuro, i rallentamenti hanno il corollario positivo di facilitare spesso le cose al giocatore, che potrà trarne vantaggio, ad esempio, capendo meglio dove terminerà la propria immancabile capriola evasiva: in questo senso il 2.5D isometrico utilizzato per la resa artistica del gioco non favorisce sempre una corretta comprensione delle hitbox dei colpi inferti e in generale i cali di frequenza del frame rate aiutano ad avere quella frazione di secondo in più per agganciare i propri bersagli, andando a ostacolare la fluidità dell’azione.

Le sezioni di combattimento possiedono a loro volta degli sbloccabili, sottoforma di carte, che potranno modificare le run e vi renderanno più forti a ogni tentativo successivo: si va dal banale cuore in più, all’aumento del danno critico inflitto, alla possibilità di sbloccare tutta la mappa che stiamo esplorando e via di seguito.

Mi ricordi una certa zingara, ma tu sei infinitamente più utile!

Qualora rimaniate vittime del boss finale o di uno qualsiasi dei suoi sgherri durante il combattimento, sarete immediatamente riportati al villaggio del vostro culto, ed è qui che si manifesta il carattere roguelite della produzione Massive Monster: ogni crociata conclusa con successo o meno vi permetterà di riportare con voi un certo numero di risorse, tra cui fedeli da convertire, tavole che vi doneranno nuovi poteri e materie prime da cui creare cibo e nuove costruzioni. Tutto questo porterà ad un loop simbiotico tra le due fasi di gioco e ad una progressione continua: il titolo possiede infatti quattro livelli di difficoltà diversi, ma sarà difficile rimanere bloccati o dover ricominciare l’intera esperienza da capo per aver fallito a livello basilare l’organizzazione della nostra civiltà di eretici.

Pesante, (ma onnipotente) è la testa che porta la corona…rossa.

Come potrei non seguirti nelle tue scorribande scatologiche, mio caro Amdusias?

Uno dei veri pregi del gioco è il conferimento di reale “peso” alle scelte che opererete nell’indirizzare il culto, assieme alla sensazione di dover sempre affrontare problemi senza una via d’uscita predeterminata e senza grosse frustrazioni. Un plauso, in questo senso è d’obbligo per il design dei menu, per la gestione degli ordini e per la costruzione delle varie risorse: ogni comando, per quanto articolato, risulta di semplice comprensione e richiederà sempre poche pressioni del pad, cosa non così scontata per un genere che di solito vede preferito l’uso di mouse e tastiera.

Proprio quando penserete che Cult of the Lamb vi abbia già rivelato il loop religioso nella sua interezza, incontrerete invece piacevoli diversivi come il minigioco di pesca (con quest relative) ed un gioco di dadi denominato Knucklebones (in parte simile al Gwent), che arricchiscono di gran lunga l’offerta e spezzano in modo perfettamente coerente il ritmo. Il titolo può essere terminato in una quindicina di ore (fate pure una ventina se appartenete alla setta dei completisti) e vi porterà probabilmente a rigiocarlo per creare un’organizzazione dai dogmi e dalle credenze completamente diverse dalla precedente. I piani futuri degli autori sono manifeste già dalla schermata iniziale, che presenta sin da ora una voce “roadmap” dedicata ad aggiornamenti per i mesi a venire, segno evidente che la vita di quest’opera è appena iniziata. Per lasciare a voi lo stupore della scoperta e dato che la recensione volge al termine, sappiate che quanto descritto finora porta solo il germe della quantità che l’esperienza ha realmente da offrirvi in termini di contenuto.

Dio non gioca ai dadi…ma l’agnello si!

Un agnello che sente le voci ed ha le visioni

Cult of the Lamb è giocabilissimo e performante in egual modo sia in docked che in portabilità, anche se come detto, il frame rate cala vistosamente nelle situazioni più affollate e sarebbe sufficiente un po’ di ottimizzazione per renderlo veramente perfetto (volontà confermata dallo studio anche per le altre console, con prossime patch, quindi preparatevi ad arrotondare per eccesso il voto finale se questo dovesse verificarsi). In una delle prime fasi abbiamo persino riscontrato un crash, che fortunatamente non si è più ripetuto.

Le musiche ed il sonoro accompagneranno egregiamente i vostri pellegrinaggi e sottolineeranno le varie situazioni, ma a farla da padroni saranno i grammelot e le lingue onomatopeiche di tutte le simpatiche creature che popoleranno il vostro villaggio e che le renderanno uniche anche all’orecchio.

Può il giudice condannare una vittima dalla doppia vita?

Ah, che bello iniziare la giornata con la trance d’ispirazione per il sermone.

In definitiva siamo di fronte a un ibrido veramente convincente ed estremamente accessibile, pur nella sua grande profondità strategica e situazionale. Se l’accento è sicuramente posto sulla fase gestionale (quella meglio riuscita) anche le crociate risultano ben fatte e fondamentali per farci tornare al villaggio con la dopamina a mille grazie ad ogni nuova risorsa accumulata e ad ogni possibilità sbloccata.

Il peso delle scelte scriverà veramente la vita ed il gameplay del vostro credo: dovrete quindi manipolarlo e mantenere le promesse fatte a voi stessi. L’art-direction, invece, è ciò che vi ha fatto leggere questa recensione in primis (non mentite!), e sappiamo tutti che anche stavolta ci siamo innamorati del libro dalla copertina: non sarà la Bibbia, ma sarà un bestseller e potrebbe finire per convertirvi e farvi conoscere l’uno e l’altro genere, proprio per la sua duplice natura.

Rendiamo grazie a Devolver per averci convertito all’gestionale/action sull’Agnus Daemoniacus.

Ite, missa negra est.

Ho sperimentato la trance da agnello-cultista per circa quindici ore, sia in docked che in handheld, grazie ad un codice gentilmente fornito per la recensione
Pro: L’ibrido tra gestionale e action-isometrico crea un circolo virtuoso dal ritmo sempre incalzante. Direzione artistica troppo coccolosa e quindi ancora più diabolica. Profondo, stratificato, vario, ma sempre accessibile.
Contro: Poca varietà nei nemici comuni durate le “crociate” e lievi imprecisioni nell’inquadramento degli stessi. Cali di frame rate in situazioni di traffico, che comunque non penalizzano la giocabilità.
8.7

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