Recensioni

The Legend of Zelda: Link’s Awakening — Una recensione onirica

Scritto da

Pubblicato il
19 Settembre 2019
Genere
Action, Adventure
Lingua
Multilingua
Multiplayer
Acquistalo su

26 anni dopo…

Quella della Saga Leggendaria è una delle parentesi (ancora senza chiusura) più belle del panorama videoludico e probabilmente anche una vera e propria storia d’amore tra Nintendo e i suoi fan. Le avventure di Link, nel corso degli anni, si sono distinte per un livello qualitativo sempre altissimo e un grado di evoluzione sorprendentemente costante, tanto da segnare nuovi standard per il genere — vedasi l’inarrivabile e bidimensionale A Link to The Past, il sempiterno Ocarina o il più giovane Breath of The Wild.

È per questo che quando viene annunciato un nuovo gioco con protagonista l’Eroe dalle orecchie a punta è impossibile restare impassibili: s’inizia già a respirare avventura, magia. S’inizia a sognare. E quale capitolo più adatto per sognare se non Link’s Awakening? Il risveglio del nostro amato beniamino si compie una seconda volta, su Nintendo Switch, a distanza di 26 anni dall’originale su Game Boy.

Dopo tanto tempo, si respira ancora magia? Scopriamolo insieme.



La storia, cronologicamente parlando, prende luogo dopo la disfatta di Ganon in A Link to the Past. Link intraprende un viaggio per migliorare le sue abilità, ma s’imbatte in una tremenda tempesta che lo fa naufragare sulle spiagge dell’Isola di Koholint. Qui viene soccorso da una dolce fanciulla, Marin, e da suo padre, Tarin. Dopo aver recuperato la sua fida spada, Link incontra Gufo. Il volatile gli affida una missione ben precisa: destare il Pesce Vento, dormiente sul picco di una montagna e rintanato tra le pareti del suo gigantesco uovo. Per risvegliarlo dal sonno, il nostro Eroe dovrà recuperare gli otto Strumenti delle Sirene, oggetti magici dal suono melodioso “custoditi” da creature avvolte dalle tenebre.

La storia che fa da cornice all’avventura di Link’s Awakening è probabilmente tra le più peculiari dell’intera saga. Luoghi e personaggi non sono quelli familiari per il giocatore, la stessa Zelda è assente, per quanto rimpiazzata dalla più che degna presenza di Marin. Ad affiancare le avventure di Link ci saranno una nutrita schiera di bislacchi NPC, animali parlanti e… vecchie conoscenze direttamente dal Regno dei Funghi! Tra gli Zelda 2D, LA è quello che scese in campo con una filosofia volta al nuovo, al sorprendente, che continua a dimostrarsi valida dopo tanti anni.

Prima di addentrarci nel gameplay — rimasto fedelissimo alle origini — è tuttavia indispensabile analizzare il lavoro compiuto con questo remake. Ve lo diciamo sin da subito: dal punto di vista estetico e sonoro ci troviamo dinanzi ad una vera e propria meraviglia, un gioiello che sprizza luci e colori ad ogni angolo, un capolavoro di restyling. Lo stile “chibi” adottato da Team Grezzo incarna alla perfezione lo spirito del gioco, cuce intorno alla sua anima un involucro fatto di tenerezza e coerenza stilistica raro a vedersi nel panorama odierno. La sensazione è quella di osservare dall’alto un piccolo mondo in miniatura, un diorama pregno di vita, dettagliato fino all’ultimo centimetro quadrato. La soundtrack, sembra quasi inutile sottolinearlo, si riconferma immortale, potente, emozionante.

Eppure, dal punto di vista tecnico non tutto brilla. Inspiegabilmente, soprattutto nelle prime aree di gioco, il framerate è instabile, a tratti si potrebbe definire irritante. La cosa si percepisce oltremodo quando Link ottiene l’abilità di caricare: gli spostamenti veloci mettono a nudo un’ottimizzazione non perfetta, che probabilmente necessitava di ulteriore lavoro. Infelice anche l’espediente delle due bande sfocate in alto e in basso, che inficiano in parte sulla bellezza dei paesaggi. Sorprende che un titolo di tale portata debba soffrire di questi impedimenti tecnici, soprattutto se si pensa alle dimensioni dell’opera, ora in 3D, vero, ma di certo impossibile da comparare al giovanissimo Breath of The Wild. La situazione migliora sensibilmente all’interno dei dungeon e in modalità portable ed è probabile che Nintendo rilascerà una patch per migliorare il gioco sotto questo punto di vista.

Quale che sarà il risvolto di questa faccenda, è indubbio che si tratti di un boccone amaro da mandare giù per tutti i fan, abituati a quella cura maniacale solitamente profusa nelle IP Nintendo.

Se dal punto di vista artistico si assiste ad un vero e proprio stravolgimento, lo stesso non si può dire del gameplay, rimasto piuttosto fedele alla controparte originale. Ora Link può muoversi seguendo delle diagonali — da notare il suo buffissimo cambio di direzione “scattoso” — e attaccare quindi da angolazioni prima inconcepibili, ma il suo armamentario è rimasto quello dei bei vecchi tempi. Ad affiancare spada e scudo ci saranno le immancabili bombe, il fidato arco e il sempre versatile arpione, più le altre, classicissime meraviglie tecnologiche che hanno caratterizzato la serie negli anni a venire.

Alcuni strumenti hanno acquisito abilità passive, come il Bracciale che permette a Link di sollevare statue e macigni; ritocco questo assai gradito, che evita al giocatore l’assegnazione di un oggetto ad un tasto specifico. Sarebbe stata gradita una ruota di selezione per gli oggetti non passivi, ma l’esperienza si mantiene tutto sommato fluida anche quando sono da concatenare più strumenti tra loro.

Team Grezzo ha poi introdotto diverse facilitazioni: una volta aperta la mappa (ben disegnata e facilmente consultabile), è possibile rileggere le conversazioni intrattenute con i personaggi principali in modo da tener traccia degli indizi lasciati dal gioco e non perdere di vista la missione principale. Lungo l’overworld, inoltre, ad ogni Game Over il nostro Eroe tornerà in vita nel punto più vicino alla morte; se dovessimo perire all’interno di un dungeon, il gioco ci teletrasporterà all’entrata dello stesso, come consuetudine.

Il gameplay trova la sua massima espressione, com’è ovvio che sia, durante la risoluzione dei dungeon. Sebbene questi ultimi rappresentino una sfida stimolante e cervellotica come in ogni capitolo della saga, il bello e il cattivo tempo sopraggiungerà poco dopo la prima metà di gioco, con picchi piuttosto alti soprattutto nel penultimo labirinto. Lo scontro coi boss — un po’ scialbi dal punto di vista della caratterizzazione — che precede il ritrovamento di uno degli otto Strumenti delle Sirene, si sbriga solitamente nel giro di pochi minuti e dà modo di tirare il tanto agognato sospiro di sollievo senza troppi problemi.

Il level design dei dungeon si mantiene sempre su ottimi livelli e permette di assaporare una Nintendo tanto old school quanto attuale, ma… per quanto sembri paradossale, a complicare la vita di Link saranno le quest affidategli dagli NPC del posto. Sottovalutarle e trattarle come fossero missioni secondarie potrebbe rivelarsi un errore madornale, fatale per il benessere interiore di ogni giocatore. Tali quest si evolvono in un continuo ciclo di recupero e consegna di oggetti, vere e proprie catene di consegne che hanno come target finale l’oggetto in grado di aprire la strada verso la destinazione successiva.

Sarà quindi indispensabile, al fine di evitare ricerche infruttuose e frustranti ore di esplorazione alla ceca, tenere conto delle richieste di tutti gli umani e creature esistenti sull’Isola di Koholint. A tal proposito, viene spontaneo chiedersi perché non sia stata facilitata questa “staffetta” come fatto anche per altri aspetti del gioco. È probabile che Nintendo abbia voluto lasciare intatte queste fasi per regalare al giocatore momenti di pura soddisfazione. Quale che sia il motivo dietro questa scelta di design… nintendaro avvisato, mezzo salvato.

Sono tante le attività da portare a termine tra una pausa e l’altra. In “Gioco alla moda” comanderemo un braccio metallico che dovrà recuperare un graziosissimo Pupazzo di Yoshi e altri collezionabili, mentre in “Discese torrenziali” ci faremo strada tra le rapide con l’ausilio dell’arpione, con i piedi ben piantati su di una zattera. Immancabile la pesca, con la sua rilassante e deliziosa visuale laterale, e graditissima la nuova aggiunta, la “Creazione di labirinti”, modalità che ci vedrà impegnati nel posizionamento di piccole tessere (sbloccabili anche con il meraviglioso amiibo dedicato) che, una volta incastrate tra loro, daranno vita a un vero e proprio dungeon personalizzato.

Oltre ai dungeon principali, poi, ve n’è un altro opzionale introdotto nella versione DX a colori del gioco originale — e non vi diremo come trovarlo, per quello esiste internet o l’insaziabile fame di scoperte. Se non dovesse bastarvi, la ricerca dei Frammenti di cuore si rivela, da sempre, l’attività più proficua per ogni avventuriero che si rispetti. Difficile quantificare la durata di quest’avventura; i più navigati impiegheranno non meno di quindici ore per portare a compimento tutte le missioni di Link. I meno avvezzi alla serie, invece, dovrebbero prepararsi ad una full immersion da almeno 20-25 ore.

The Legend of Zelda: Link’s Awakening rinasce su Nintendo Switch con un comparto estetico fuori parametro, artigianale, tanto potente nella sua tenerezza da far breccia anche nel cuore più serrato. L’offerta ludica, rafforzata dalle tre dimensioni, è la medesima, validissima già apprezzata nel capitolo originale, con qualche gradita aggiunta. Ci troviamo di fronte ad un’operazione che sarebbe stata vicina alla perfezione, ma che purtroppo deve fare i conti con un comparto tecnico sorprendentemente al di sotto delle aspettative. Nonostante questo clamoroso inciampo, tuttavia, il secondo risveglio dell’Eroe ha il sapore di un sogno. Un sogno che vorreste non finisse mai.

8.2
Delizioso nell'aspetto, sempre attuale nel gameplay. Offerta ludica ricca e impegnativa, l'old school che ci piace e che ha reso celebre la serie. Piccole aggiunte e ritocchi migliorano l'esperienza complessiva.
Framerate sorprendentemente instabile in più aree del gioco: urge patch di Nintendo.

MODUS OPERANDI

Terminata l'avventura di Link grazie ad un codice gentilmente offerto per la recensione.

841 PHP files were required to generate this page.