Scheda Tecnica:
- Genere: Azione, Arti Marziali, Commedia Pop
- Regia: Kitao Sakurai
- Cast: Andrew Koji, Noah Centineo, Callina Liang, David Dastmalchian, Cody Rhodes, Jason Momoa, Joe “Roman Reigns” Anoa’i, Curtis “50 Cent” Jackson, Eric André, Andrew Schulz, Vidyut Jammwal, Don Lee
- Durata: 120 minuti
- Distribuzione: Paramount Pictures / Legendary Pictures
Quel gettone del 1993 e il profumo indimenticabile di sala giochi
Chiunque sia cresciuto tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 conserva un ricordo impresso nella memoria: quel trambusto che risuonava nelle sale giochi non appena si inseriva il gettone nel cabinato e i vari “Hadouken” e “Shoryuken” che si mescolavano a qualche imprecazione. Street Fighter II, il capitolo che ha portato la serie al successo mondiale, non è stato un semplice videogioco, ma un fenomeno di costume che ha plasmato l’immaginario pop e la cultura competitiva di un’intera generazione.
Provate ad urlare “Hadouken!” senza l’intonazione e i tempi di Ryu, impossibile.
Da appassionato della saga Capcom, affrontare l’ennesimo adattamento live-action di Street Fighter significava fare i conti con i fantasmi del passato: dopo il leggendario cult del 1994 con Jean-Claude Van Damme, abbiamo avuto il disastroso Street Fighter: The Legend of Chun-Li del 2009, e la paura era tanta. Eppure, questo reboot del 2026 diretto da Kitao Sakurai segna una svolta inattesa. La scelta fatta dal regista è stata chiara fin dal primo trailer: puntare sul grottesco, come giusto che sia, senza vergognarsi della natura cartonesca del materiale originale, abbracciando l’estetica arcade e ambientando l’intera vicenda nel 1993, l’anno d’oro dell’esplosione della serie nei cabinati.

Ci troviamo così di fronte a un’opera imprevedibile, visivamente sfacciata e palesemente pensata per chi su quei joystick ci ha lasciato i polpastrelli e le paghette settimanali. Proprio come me.
Trama semplice ma funzionale
Sul piano narrativo, la pellicola si poggia sulla solida impalcatura di un torneo di arti marziali, arricchendola con citazioni derivate dalla lore dei videogiochi. La vicenda prende il via nel 1993 a Metrolao, dove la determinata agente dell’Interpol Chun-Li (Callina Liang) rintraccia e recluta due leggendari lottatori ed ex compagni d’addestramento ora estraniati: il vagabondo Ryu (Andrew Koji) e il ricco erede americano Ken Masters (Noah Centineo). Il pretesto per la loro riunione è l’iscrizione al secondo World Warrior Tournament, un’imponente manifestazione organizzata nell’ombra dalla Shadaloo, capeggiata dal tirannico M. Bison (David Dastmalchian).
Dietro questo torneo, però, si nasconde il vero intento di Bison, che vuole sfruttare i combattimenti per incanalare e assorbire l’energia marziale dei lottatori attraverso un macchinario bio-energetico, soprattutto il potere di Ryu. Parallelamente, la sceneggiatura esplora il conflitto interiore proprio del protagonista, tormentato dalla disciplina dell’Ansatsuken e dalla costante minaccia del Satsui no Hado, risvegliatosi in lui a seguito dell’assassinio del suo maestro Gouken per mano del demone Akuma (interpretato dalla star della WWE Joe “Roman Reigns” Anoa’i).

Una delle cose che ho apprezzato maggiormente è stata la scelta di raccontare il passato dei protagonisti non attraverso flashback tradizionali, bensì tramite sequenze animate in 2D realizzate dallo studio Titmouse, Inc.. Questo stacco stilistico, che richiama le atmosfere di Street Fighter II: The Animated Movie e della serie Alpha, regala spessore al legame fraterno tra Ryu e Ken senza spezzare l’illusione scenica. Inoltre i primi 5 minuti di introduzione sono adrenalina pura, mi hanno dato le stesse sensazioni di quando inserivo la monetina nel cabinato e iniziava una partita.
Un cast camaleontico tra star, wrestler, comici e icone del picchiaduro
Se in sala abbiamo potuto godere della presenza di grandi esperti di arti marziali, tra maestri e campioni mondiali, nella pellicola abbiamo ammirato un cast molto variegato: la produzione ha messo insieme attori marziali, star hollywoodiane, wrestler professionisti e comici stand-up, riuscendo a restituire una mimesi visiva sorprendente con i rispettivi personaggi.
Andrew Koji offre un’interpretazione di Ryu stoica e rigorosa sotto il profilo marziale, incarnando lo spirito del guerriero solitario alla ricerca del perfezionamento interiore. Al suo fianco, Noah Centineo veste i panni di Ken Masters con un’energia dirompente: capello lungo legato, fisico imponente e quell’attitudine spavalda ma leale che caratterizza lo storico rivale americano. La chimica su schermo tra i due attori funziona a meraviglia, restituendo in modo convincente la loro amicizia fraterna, sia nei momenti di amicizia che non.

Callina Liang porta sullo schermo una Chun-Li autorevole e dinamica, valorizzata da un’ottima preparazione marziale che le permette di eseguire con grande naturalezza mosse iconiche come il Kikoken o i suoi celebri calci a raffica. David Dastmalchian si conferma un interprete eccezionale nel ruolo di M. Bison, donando al villain un’aura teatrale che attinge dai leader fanatici, anche se avrei preferito maggior spazio al suo background storico.
Attorno al trio principale gravita una galassia di comprimari azzeccati: Cody Rhodes interpreta un Colonnello Guile dalla pettinatura flat-top rocciosa e dallo spirito camp; Jason Momoa porta in scena un Blanka selvaggio; Curtis “50 Cent” Jackson veste i panni del pugile Balrog; Vidyut Jammwal regala a Dhalsim una spettacolare fluidità atletica; mentre Eric André (Don Sauvage) e Andrew Schulz (Dan Hibiki) gestiscono con ironia i momenti più leggeri (ma forse un po’ invadenti).
Un omaggio pop tra anni ’90 e arcade puro
Come detto prima, la scelta fatta dal regista Kitao Sakurai è quella di puntare sul “trash”, evitando quel realismo forzato che, su un videogioco che fa dell’esagerazione il suo punto di forza, avrebbe di certo stonato. Il film si concentra molto sugli impatti muscolari, le traiettorie dell’Hadouken, l’ascesa dello Shoryuken e le rotazioni del Tatsumaki Senpukyaku, con qualche slow motion e inquadratura che rende tutto iperbolico e coloratissimo.

La fotografia del film sfrutta colori saturi e contrasti accesi che rievocano l’illuminazione al neon delle sale giochi e a sostenere l’azione c’è una colonna sonora trascinante capace di rielaborare i temi storici, primo su tutti il tema di Guile, alternando sintetizzatori synth-wave, riff heavy metal e trovate geniali come l’inserimento di “What’s Up?” delle 4 Non Blondes. Strano, ma ci sta benissimo.
Il ring non è abbastanza grande per tutti
Se l’operazione nostalgia funziona a pieno regime, il film in alcuni frangenti e aspetti fa comunque fatica per delle scelte da rivedere.
Il problema principale risiede nella gestione dei tempi narrativi e della sceneggiatura, in particolare nel terzo atto. La scelta di inserire nelle due ore (che sembrano tante, ma personalmente sono volate) di durata un roster vastissimo di personaggi finisce per sacrificare lo spazio d’azione di alcuni lottatori amati dai fan, riducendo diversi combattimenti a rapide parentesi. Inoltre, i dialoghi a volte scivolano in battute un po’ telefonate o in un umorismo non sempre impeccabile, smorzando la tensione durante gli scontri più importanti. Ho comunque apprezzato l’ironia generale, rovinata solo un po’ dai tempi comici. Anche il finale risulta un po’ sbrigativo, con un combattimento che è visivamente apprezzabile ma che avrei preferito più lungo e “drammatico”, mentre il tutto sembra solo un qualcosa per preannunciare un sequel.

Un sincero tributo all’epoca d’oro del picchiaduro
Street Fighter: Il Film rappresenta un esperimento coraggioso e sopra le righe. Kitao Sakurai ha dimostrato di aver compreso la lezione fondamentale: un adattamento di Street Fighter non necessita di spiegazioni pseudo-scientifiche, ma vive del carisma dei suoi protagonisti, della spettacolarità delle coreografie e della contagiosa energia dello scontro.
Non siamo di fronte a un capolavoro, bensì a un popcorn movie d’azione anni ’90 realizzato con amore per la cultura videoludica, capace di regalare due ore di intrattenimento puro. Tra luci sfolgoranti e qualche ombra narrativa, il film centra il bersaglio principale e si guadagna una promozione meritata.



























































