Ecco chi ha raggiunto il podio dei GOTY del 2017 di NintendOn!
3 – Xenoblade Chronicles 2
I JRPG massicci, di quelli da perderci la vita, piacciono a tutti – forse – e la serie Xenoblade ha da sempre garantito questo genere di immersione ai possessori di console Nintendo. Lo stupore di vedere un nuovo episodio annunciato e pubblicato nello stesso anno non si può misurare, ma ancora maggiore è la soddisfazione che si prova nello scoprire che il risultati finale è degno delle aspettative. Xenoblade Chronicles 2 è un gioco unico nel suo genere, capace di rinnovare le meccaniche del gioco a turni in cui sfruttare a pieno un cast di personaggi sempre interessante. È forse necessario un processo di apprendimento consistente per goderselo, ma una volta entrati nel mondo di Alrest… non si torna indietro!
Infatti secondo Emil Petrov: “Xenoblade Chronicles 2 è un gioco di ruolo maturo, adulto, un titolo che rappresenta il perfetto esempio della maturità artistica e narrativa raggiunta da Tetsuya Takahashi che si conferma nuovamente uno dei migliori storyteller esistenti nel genere, se non, attualmente e considerando il lungo curriculum, il migliore. Un titolo che rappresenta la naturale evoluzione di Xenoblade Chronicles e di X, apportando miglioramenti al gameplay, snellendo le meccaniche in esubero ma mantenendo una grande profondità e varietà. Un’avventura epica che coinvolge dall’inizio alla fine, passando per decine di ore di cinematiche e spaziando tra politica, religione e mistero tramite gli occhi di Rex, destinato inevitabilmente a crescere durante un percorso che metterà a dura prova tutto il suo ottimismo. Ancora una volta, grazie Monolith Soft. Ancora una volta, un capolavoro.”
2 – Super Mario Odyssey
Il RE è tornato! Mai come in quest’occasione l’attesa è stata tanto sentita quanto ripagata all’arrivo del gioco: Super Mario Odyssey è tanto bello da vedere quanto divertente e si pone ancora una volta come apripista per le nuove generazioni di videogiocatori. Per divertirsi si passa da qui, indipendentemente da quale sia la vostra concezione in merito ai giochi di Mario. Controlli perfetti, caratterizzazione esponenzialmente superiore al passato, tanti momenti in cui entusiasmarsi ed emozionarsi… più tutta una serie infinita di lune da raccogliere: pare davvero assurdo che una produzione simile, che ha raggiunto la ragguardevole media di 97 su Metacritic, non ottenga il titolo di gioco dell’anno. Giusto?
Fatto sta che per Pietro Spina: “Con Super Mario Odyssey siamo però di fronte ad una sorta di “tabula rasa” per il franchise che, dopo aver ricercato l’espressione massima del design per platform attraverso il minimalismo e le prospettive di Galaxy, esplode finalmente di voglia mettersi in mostra, di provare un po’ a raccogliere spunti da ciò che si vede in altri lidi ma filtrandoli con la saggezza di chi le cose le sa fare bene davvero. […] Super Mario Odyssey è sorpresa, gioia, ilarità, scoperta e fantasia, competenza e virtù. Impossibile negare un perfect score ad un titolo che sarà d’ora in avanti stella polare per il genere del platform 3D moderno, così come è impossibile non esprimere la soddisfazione come giocatore dinanzi ad un gioco che ci ricorda, ancora una volta, perché Nintendo è da sempre sinonimo di videogioco.”
1 – The Legend of Zelda Breath Of The Wild
Come rubare il titolo di GOTY 2017 ad un capolavoro come Super Mario Odyssey, capace di ottenere 97 su Metacritic? Con l’unico titolo che nel 2017 sia riuscito quantomeno a pareggiare i risultato del nostro ex-idraulico preferito, ovvio! The Legend of Zelda: Breath of the Wild non è solo un gioco clamoroso che ha ridefinito d’un colpo una serie trentennale, ma è anche stato capace di avvicinare tanti nostalgici di Nintendo che da tempo cercavano un motivo per tornare ad appassionarsi alle console della casa di Kyoto. Stiamo parlando di un titolo che ha venduto più della console stessa su cui gira, di un vero e proprio simbolo di questo anno solare, talmente deflagrante da impattare anche in altri lidi – ha anche fatto la fortuna (monetaria!) di chi l’ha emulato su PC.
Fonte inesauribile di scoperte, meme, arte: Breath of the Wild è il primo Zelda che dopo tanti anni riesce a ottenere un consenso così uniforme e indiscutibile nonostante i limiti hardware, che solitamente ne limitavano la portata (vedi Twilight Princess che nel 2006 venne messo alla pari di un qualunque titolo di lancio delle altre console). Cosa altro aggiungere?
Il più innamorato del gioco, ovviamente, è il nostro Emil Petrov, che nella recensione lo definisce come: “[…]Uno dei titoli migliori, più importanti e raffinati mai realizzati da Nintendo, un’avventura che non teme rivali e non ha praticamente nessun punto debole. Il miglior titolo di lancio possibile per Switch e il miglior canto del cigno possibile per Wii U.
Un episodio che rivoluziona la serie, setta nuovi standard e si pone come punto di riferimento assoluto per il genere action-adventure. Un titolo che non finisce mai di stupire per tutto quello che sa offrire, in modo costantemente superbo. Per trovare, in casa Nintendo, un titolo qualitativamente paragonabile, bisogna tornare indietro almeno di dieci anni e scomodare Super Mario Galaxy.
Il respiro del vento, il respiro della natura, il mio e il respiro dei sognatori, dei folli, degli amanti dei videogames che mancherà in molte occasioni, quando si alzeranno dal Sacrario della Rinascita e varcheranno le porte di Hyrule. Al suo posto, sopraggiungeranno lacrime, sorrisi, stupore, sopraggiungeranno ricordi e momenti di una fiaba che rimarrà nel cuore in modo indelebile e unico.”
Congratulazioni a The Legend of Zelda: Breath of the Wild dunque, il nostro gioco dell’anno!
Un riconoscimento universale anche da parte dello staff che, nella sua interezza, ha voluto dire la sua sull’ultima opera del team di Aonuma!
Vincenzo Marino
Mi è bastata questa scena [Link che si affaccia per la prima volta all’altopiano delle origini – NdPittanza] per farmi avere i brividi e, vi giuro, le lacrime. Annaspavo in un mare di giochi senza trovare una vera e propria qualità, un qualcosa che spiccasse e mi trasmettesse chiaramente il messaggio “oh, vedi che non siamo morti e non ci siamo appiattiti tutti in un melmoso mare di mediocrità, sappiamo ancora brillare”. C’è voluta Nintendo che, con la sua maestria, ha portato sugli schermi di tutti i proprietari di Nintendo Switch una perla come Breath of the Wild.
Totale libertà, interazione con l’ambiente e tra gli elementi, la fisica, il poter sconfiggere i nemici nelle maniere più disparate, arrivare all’obbiettivo in decine di modi diversi. Intere settimane a stare anche solo all’interno del gioco, a gironzolare con calma dopo aver sconfitto Ganon e a vedere ogni millimetro di quel mondo immenso e vivo. Sì, forse un po’ vuoto, forse ha pagato il prezzo del suo essere cross gen ma non me ne fregava niente, mi mancavano i capolavori. Un vero GOTY come Zelda, oltre a prendere il genere di appartenenza e rivoltarlo come un calzino nella creazione di qualcosa di nuovo, deve sconvolgere l’animo e modificarlo, in meglio. Deve trasformare il giocatore, farlo crescere e fargli capire che forse, la fuori, c’è ancora qualcuno che è capace di realizzare dei videogiochi degni di tal nome
Demetrio Sposato
Il titolo che valeva tutto, per questa nuova primavera Nintendo, per la scommessa Switch, per la fiducia dei fan: il risultato è stato l’immensità videoludica. Ogni cosa ha senso, tutto è stato studiato, ponderato ed inserito con minuzia. Ciò di cui aveva bisogno la Grande N e anche la serie di Zelda: una boccata d’aria a pieni polmoni, questo Breath of the Wild che è istantaneamente, e inesorabilmente, diventato metro di paragone. Giustamente disponibile anche sulla presto dimenticata Wii U, quindi doppia grandezza.

Andrea D’Amely
Per quanto ami alla follia tutto ciò che riguarda Super Mario, per quanto siano meravigliose le atmosfere e i power-up ed i poteri di Cappy presenti nella nuova odissea dell’idraulico di origini italiane, nulla e ripeto NULLA è riuscito a scalfire la meraviglia che ho provato quando ho messo le mani nel nuovo titolo della serie di Zelda.
Atteso su quella povera bristrattata console che era Wii U sin dal suo lancio (divenuto poi, paradossalmente, il canto del cigno dello stesso dispositivo), e arrivato poi successivamente anche su Switch, ho provato le stesse identiche emozioni di immersione totali nelle vaste lande di Hyrule una volta preso i Joy-con alla mano.
L’esplorazione, i templi il doppiaggio (inaspettato) e tanti altri elementi che non starò qui ad elencarvi mi hanno indotto a credere (ulteriormente) nella nuova opera di Eijii Aonuma. Se il buongiorno si vede dal mattino, grazie a queste IP, direi che per quest’anno Nintendo possa tranquillamente dominare il mercato. Nella speranza che questa sensazione possa durare a lungo grazie anche alle collaborazioni con le terze parti e titoli first-party di grande livello (vedasi Mario+Rabbids: Kingdom Battle).
Elena Eugeni
Non sono mai stata una grande appassionata dei titoli della saga di Zelda. Li ho ovviamente giocati, perché è imprescindibile avendo in casa console della grande N, non farlo
sarebbe come avere un freezer e non riempirlo mai di gelati, ma senza troppo amore. Breath of the Wild invece mi ha trascinato a forza in centinaia di ore di esplorazione,
spingendomi a controllare ogni angolino, a raccogliere ogni tesoro e a superare i miei limiti e le mie idee sulla serie. Vince per me non perché è Zelda, né perché è lo Zelda
migliore, ma perché è il titolo che più mi ha coinvolto in vita mia, escludendo forse giusto un paio di altri capolavori. Imprescindibile per chiunque voglia capire cosa sia
un videogioco, e perché possa essere definito arte, poesia o rifugio dai propri dolori

Alessandro Molinari
Dopo una serie di episodi in parte deludenti, con meccaniche troppo legate al passato, lo Zelda Team ha deciso di mostrare i denti. Botw è un gioco estremamente ambizioso che finalmente abbandona la paura di cambiare e si getta a capofitto in ciò che ha reso grande la serie: l’avventura. Ogni cliché tipico di Zelda è stato messo in dubbio, stravolto, con soluzioni di gameplay che in qualche modo si legano organicamente formando un vero e proprio capolavoro. La fanbase di Zelda sarà sempre divisa tra chi preferisce un certo tipo di approccio e chi invece desidera tutt’altro, ciò non toglie che Botw sia a mio avviso il miglior open world di sempre e uno di quei giochi che escono una volta ogni 5/10 anni. Ora però datemo un seguito con otto immensi dungeon :
Simone Aragno
Il nuovo titolo della saga di Zelda si presenta al mondo non solo come il primo titolo first party a sbarcare su Nintendo Switch, ma anche come una vera e propria rivoluzione nel campo dei video-giochi che fanno dell’open world il loro tratto distintivo. Le incredibili capacità del mondo di Zelda di colpire il video giocatore e di farlo innamorare non possono che portare ad una continua voglia di immergersi in un mondo selvaggio ed in costante movimento, mai fermo in attesa che il giocatore passi in una determinata zona per poter compiere un’azione. Inoltre, l’estrema libertà di movimento, ora non solo più in orizzontale ma anche in verticale, crea nel video giocatore un’incredibile voglia di esplorare ogni singolo anfratto del mondo, a partire dalle zone iniziali in cui si annidano tantissimi segreti, sino alle zone più esterne e nascoste della mappa, raggiungibili in praticamente qualsiasi maniera il giocatore possa desiderare.
La stessa libertà data al videogiocatore influisce anche sul gameplay, permettendo un approccio fi-nalmente libero da schemi predeterminati dallo sviluppatore: ancora oggi pare incredibile poter sca-gliare una spada addosso ai nemici durante una tempesta e farli colpire da un fulmine, oppure dar fuoco alle sterpaglie attorno a se al fine di usarle per creare una corrente ascensionale per alzarsi in volo e trafiggere i nemici con una pioggia di frecce.

Damiano Pauciullo
Mai come quest’anno scegliere un gioco che potesse primeggiare sugli altri mi è stato così difficile, visto che tra The Legend of Zelda: Breath of the Wild e Super Mario Odyssey parliamo di due indiscussi capolavori appartenenti alle mie due saghe preferite. Alla fine la mia scelta è caduta sull’avventura di Link visto che, a conti fatti, mi ha lasciato qualcosa di più nel cuore, quasi mi avesse tramortito.
Un enorme passo avanti per gli open world, ma allo stesso tempo un ritorno alle origini per la serie con terre da esplorare che regalano meraviglie, con un approccio al gioco completamente nelle nostre mani. Un background storico che, seppur non molto marcato e presente, mi ha emozionato, con una Zelda mai così umana, con sentimenti che io stesso ho provato vivendo la sua storia. Un titolo sicuramente non perfetto, ma che rimarrà negli annali come fatto da Ocarina of Time; la rivoluzione è stata attuata, ora c’è solo da imparare e continuare su questa strada.
Diego Inserauto
Shine on you, crazy diamond. Le quattro note della chitarra di Gilmour che entrano nella testa come una goccia entra nell’acqua a formare cerchi che si espandono. Gli occhi della mia Mari, quella volta che li ho visti ed improvvisamente ho abbracciato l’universo. Pochi sono i momenti in cui abbiamo avuto un risveglio dei sensi così forte che è un po’ come nascere la prima volta. E Link si risveglia da un sonno durato cento anni, e la natura tutto intorno che a sua volta si dispiega per lui. Si sveglia anche una serie dal suo torpore decennale fatto di archetipi gaming da scardinare e Breath of the Wild li scardina, con paziente ostinazione. Ma cosa ancora più importante, si risveglia il giocatore, che un gioco così non lo giocava da quando era piccolo, e la sua piccola mente scalpitava per il senso di scoperta e meraviglia ché ogni cosa era nuova. E questo Zelda è una cosa nuova. Ma c’è di più. C’è la perdita dell’innocenza e l’ineluttabilità di un presente segnato dai sorprusi di un male supremo. C’è una Zelda che finalmente è una donna in divenire, con le sue insicurezze e sentimenti nuovi che non sa spiegare, non più un’anonima principessa rapita. Ma quanto è grave il peso sulle sue spalle? E poi la luna rossa. Quasi non si vede più il domani, la speranza. Eppure pian piano riaffiora, a ogni colosso riconquistato, a ogni momento ilare – abbiamo visto Link in vesti femminili senza andare su 4chan. E anche sotto un cielo grigio, Link (e il giocatore con lui) gode di una libertà assoluta. Può andare ovunque e risolvere enigmi come gli pare, anche barando, mettendo una cascata di mele sul piatto della bilancia e scagliandosi sul presidio nemico in mutande e con frecce bomba tra i denti, rambo: spicciami casa.
Ok sto degenerando. In fondo è solo un gioco e prima o poi finisce. Allora perché continuo a tornarci, anche dopo aver sventolato Ganon come una bandiera? Perché i giocatori hanno un log con così tante ore che se le raggruppi superiamo la distanza temporale dal big bang a dopodomani? Forse perché Zelda botw incarna la bellezza selvaggia del crazy diamond. Syd Barrett è morto povero e pazzo. E la storia, così diversa, di questi due pazzi diamanti ci insegna che non servono droghe per viaggiare. Basta Zelda.

Marco Palma
Questo nuovo Zelda è sinonimo di viaggio, scoperta, meraviglia. È un omaggio alle avventure nude e crude e un tributo ai capisaldi della serie. Mai come in questo gioco mi sono sentito solo, mai come in questo gioco mi sono sentito vivo. Mai come stavolta, Nintendo ha saputo rinnovare un genere che stagnava da fin troppo tempo. Peccato non esista il titolo di Gioco della Generazione, sarebbe stato suo nonostante il “rivale”, sua maestà Mario.
Breath of The Wild ti prende e non ti lascia più. Ti fa sentire infinitamente piccolo in un mondo fuori scala, troppo pieno di cose da fare, di segreti da scoprire, di persone da difendere. Un mondo stretto nella morsa di Ganon, confinato tra le mura di un castello, eppure così facile da percepire, così irrequieto in tutta la sua malvagità. Ad ogni vittoria, ad ogni successo, si è sempre lì, a scrutare l’orizzonte ed a chiedersi quand’è che giungerà il momento di salvare il mondo, ancora una volta. Salvo poi dare le spalle e correre via, saccoccia in spalla, verso il sacrario successivo.
Massimiliano Imbimbo
Il fatto che Zelda: Breath of the Wild sia un gioco-capolavoro non è il motivo per cui sia il mio goty.
Zelda: Breath of the Wild è il gioco dell’anno perché Nintendo è riuscita, con una sicurezza disarmante, a spazzare dalla scena videoludica gli innumerevoli open world usciti negli ultimi 15 anni e più di storia, rivoluzionando il genere senza appesantirlo di ulteriori meccaniche, ma allegerendo il tutto con una semplicità inaspettata e al tempo stesso una profondità mai vista prima in un gioco del genere.
Zelda ha scritto la storia, e Nintendo ha dimostrato ancora una volta come si realizza un videogioco (su una console “vecchia” d’altronde rispetto le concorrenti)

Emil Petrov
Ancora una volta Zelda evolve un genere, riscrive meccaniche e invita gli altri a seguire, tracciando la strada. Un titolo che incanta dalle prime ore, un’avventura e un viaggio affrontabile in decine e decine di modi differenti, lasciando che sia il giocatore a scegliere se esplorare il mondo e conoscere la storia di una Hyrule distrutta mettendo insieme pian piano i pezzi di un vastissimo puzzle o affrontare subito una sfida e la “battaglia finale”. Un titolo che è entrato nel cuore di milioni di giocatori e che riesce ad essere speciale ancora dopo mesi e mesi, affrontandone i dlc e le sfide aggiuntive. Non perfetto, a causa di una traduzione che cambia il punto di vista della narrazione (errore emerso mesi dopo) ma unico e indubbiamente il migliore gioco dell’anno corrente e non solo.
Riccardo Piccinini [Che ha scritto tanto ma va bene così – NdPittanza]
Zelda Breath of the Wild è la dimostrazione che tutti i discorsi che possiamo farci in mente su gameplay, grafica, storia, personaggi si sciolgono come neve la sole quando la mente è distratta da altro. Sapere mettere in atto una mistificazione di questo tipo richiede una grande bravura e delle indubbie qualità che vadano a mascherare sapientemente il resto. Questo arriva principalmente da tre elementi di importanza vitale. Il primo è dato dalla morfologia del terreno e della linea di vista. Veramente pochi open world sono costruiti in modo tale che sia il terreno stesso ad attirare il giocatore invece che degli indicatori sulla mappa. Le “torri Ubisoft” di Zelda ci chiamano verso di esse con il solo sguardo e ci guidano sapientemente nell’esplorazione di un mondi vasto e variegato. Non sono nascoste nell’ambiente o mimetizzate: sono dei potenti segnali che si distinguono e mi sembra strano che davvero pochi abbiano pensato di gestirli in questa maniera.
Il secondo punto riguarda tutto il design di azione-reazione. I giochi che restringono la possibilità degli utenti via script difficilmente esaltano ed ingaggiano il cervello in un modo ampio e soddisfacente. Zelda ha dimostrato che dare al giocatore poche semplici azioni e concatenarle tra di loro funziona anche se applicato ad un gioco di avventura e non solo nei puzzle game o nei puri sandbox. Questo ha finalmente permesso di poter pensare agli enigmi in modo più organico e di spargerli su più livelli del mondo.
Il terzo punto è capire che dire le cose al giocatore lo condiziona mentalmente di più di qualsiasi altra cosa. Limitarsi nella guida, lasciando l’iniziativa il più possibile nelle mani del giocatore, da la sensazione di risolvere il gioco da solo, anche quando si stanno seguendo i piani degli sviluppatori. Dopo l’invasione dei tutorial corridoio e dei modi di giocare forzati, avere questa maggiore libertà in un gioco classico è rinfrescante.
Poco importa che la power fantasy ed il potenziamento del personaggio si esaurisca infinitamente più presto del resto del gioco. In fondo anche Skyrim ha questo “difetto”. Poco importa se la necessità di riempire la mappa di tanti sacrari ha portato ad una qualità altalenante dei puzzle ed ha ucciso un senso di progressione per gli stessi. Poco importa se il gioco in termini di nemici, pattern e bilanciamento è off. Non vale proprio la pena discuterne, c’è una bellissima cascata di fronte a me che forse dietro nasconde un sacrario vuoto che mi regalerà una spada bellissima che romperò dopo 10 colpi ed un bellissimo artefatto che potrò scambiare per avere un cuore in più di fronte alle mie centinaia.
Nintendo più che mai con questo Zelda, è riuscita a mistificare con estrema sapienza non solo i fan Nintendo incalliti, ma anche quasi tutti gli altri. Ed è quando si trascende la propria fanbase, che si ottengono i risultati più eccellenti. Un grande applauso ad Aonuma & compagni, che dopo tanti anni hanno ottenuto un risultato del genere. Spero vivamente che faranno tesoro di questo risultato per migliorarsi ancora di più.

Daniele Tria
A volte per fare progressi nella propria vita bisogna decidere di prendere il coraggio a 2 mani, chiudere gli occhi e buttarsi: mettere in discussione tutto quello che si è dato per assodato negli anni passati e scommettere sul futuro,
Mi piace pensare che li sviluppatori Nintendo abbiano deciso di tentare il tutto e per tutto per smuovere la serie di The Legend of Zelda da anni di immobilismo.
Il risultato dell’esperimento è stato Breath of the Wild, il gioco dell’anno per moltissimo, il gioco della vita per altri, una perla (grezza per me) di rara bellezza che pone le fondamenta per un futuro radioso costruito su basi solidissime, pronte per il futuro.
Un gioco che riesce tranquillamente a sbalordire qualsiasi giocatore con tutti i suoi sistemi di gioco.
Un gioco che prova tantissimo a rinnovare la serie e che ce la fa per la gran parte.
Perfetto? No, ma sicuramente un titolo che ha saputo dare uno scossone al mondo dei videogiochi.
Pietro Spina
In un anno così ricco di qualità e che ha visto il ritorno dei due colossi Nintendo in forma smagliante è difficile scegliere in modo lucido il “Gioco dell’anno”, quasi ci si trovi a fare un torto all’escluso. Per questo mi limiterò ad esprimere i motivi prettamente personali per cui ritengo l’ultimo capitolo della serie di Zelda degno di essere incoronato come migliore del 2017 – da chiunque senta il bisogno di farlo – senza necessariamente definire quale tra Breath of the Wild e Super Mario Odyssey possa essere il mio personale GOTY.
Innanzitutto l’estremo coraggio con cui il titolo ribalta certezze e convinzioni, introducendo non solo l’open world, ma ricalibrando e reinterpretando i meccanismi classici legati ad enigmi e dungeon. Qualcuno è rimasto scottato, altri straniati, ma in generale il sacrificio della metodicità in favore della malleabilità ha funzionato eccome, offrendoci un’esperienza più intima e personale di quanto ci potessimo attendere. Battutacce a parte sul poco interesse di Link nel recarsi al castello per salvare Zelda, il numero di cose da fare in questo mondo all’apparenza vuoto è sorprendente – di sicuro per questa serie. In seconda battuta, ma non per importanza, il senso di scoperta: la qualità con cui Hyrule è stata ricreata per proporsi ogni volta in modo interessante al “giocatore curioso” è incredibile, a tratti letteralmente inconcepibile. Le distanze tra scogliere, isolotti, promontori e via dicendo sono calcolate per stimolare la nostra voglia di buttarci con la paravela e provare a raggiungere una nuova zona, così come la maestosità delle pareti rocciose e la loro conformazione ci spinge a immaginare l’ideale percorso da intraprendere con la stamina a nostra disposizione.
Non c’è bisogno di addentrarsi in trama, narrativa, combattimento, personalizzazione… l’open world stesso di questo Zelda, con la sua capacità di porsi come “gioco nel gioco” è da solo in grado di ergersi come gioco dell’anno per qualità nella composizione e perfezione estetica. Cose da niente ad un primo sguardo, fondamentali invece in un contesto videoludico dominato da open world banalotti viziati dall’abuso del GPS e ricolmi di attività irrilevanti. Ben fatto, Nintendo!
Ringraziamo tutti i lettori di NintendOn per essere arrivati in fondo alla lettura e vi rimandiamo all’anno prossimo (che battutona!) per ricominciare insieme il viaggio nel mondo Nintendo. Che sia tempo di rivoluzionare il proprio approccio come ha fatto Zelda? Chissà…
Nel frattempo un grande abbraccio a tutti, e che la Befana vi porti una calza piena di Susine e Mele!





