Yoshi and the Mysterious Book – Recensione dalla copertina doppia

Yoshi torna nella sua nuova avventura su Nintendo Switch 2 con Yoshi and the Mysterious Book: ecco la nostra recensione!

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Genere: Platform, Avventura
Multiplayer: No
Lingua/e: Testi a schermo in italiano

Yoshi torna in un’avventura magica, ricca di esplorazione e alimentata dalla curiosità del giocatore

Il personaggio di Yoshi rappresenta da decenni una delle icone più riconoscibili, dolci e amate dell’intero panorama videoludico. E proprio negli ultimi tempi abbiamo assistito a un suo prepotente e graditissimo ritorno sotto i riflettori principali, complice anche e soprattutto il ruolo di assoluto rilievo che ha saputo ritagliarsi all’interno del recente film di Super Mario Galaxy. Vedere il nostro dinosauro verde preferito nuovamente al centro della scena mediatica e ludica mi ha riempito di gioia, soprattutto perché, come moltissimi appassionati di vecchia data, custodisco un legame emotivo con le sue primissime avventure.

Sono un giocatore cresciuto con le console Nintendo e i suoi platform, che ha amato alla follia Yoshi’s Island, un titolo che ancora oggi considero un capolavoro assoluto capace di unire un’estetica unica a una sfida appagante e a tratti persino complessa e stratificata. Purtroppo, a mio parere, negli anni successivi il franchise ha faticato a mantenere quegli stessi irraggiungibili standard qualitativi. Per quanto opere più recenti offrissero un comparto estetico a dir poco delizioso e curato, pad alla mano mi hanno sempre lasciato con un po’ di amaro in bocca. Mancava sempre quel guizzo di genialità, quel mordente ludico capace di elevare l’esperienza oltre la semplice qualità media. È con questo preciso bagaglio emotivo, con anche un po’ di scetticismo, che mi sono avvicinato a Yoshi and the Mysterious Book.

Durante l’avventura possiamo anche scegliere con quale Yoshi giocare

Vi anticipo subito una cosa fondamentale: se state cercando un platform tradizionale, un degno e arduo erede delle gloriose sfide proposte all’epoca del Super Nintendo, siete nel posto sbagliato. Ma se siete mentalmente disposti a cambiare prospettiva, ad azzerare i vostri preconcetti e ad abbracciare un’idea di videogioco completamente diversa e fuori dagli schemi, potreste trovarvi tra le mani un’esperienza capace di capovolgere le vostre aspettative iniziali.

Un tuffo tra le pagine di Enzo

La premessa narrativa alla base di Yoshi and the Mysterious Book è tanto semplice quanto adorabile, perfetta per giustificare la stravagante e atipica struttura dell’intera opera interattiva. Tutto ha inizio quando il pestifero Bowser Jr., girovagando per caso nella grande e polverosa biblioteca del temibile castello di suo padre, si imbatte in un gigantesco tomo parlante di nome Enzo. Questo magico e antico libro enciclopedico contiene meravigliose illustrazioni di habitat naturali floridi e creature favolose mai viste prima d’ora. Armato di una speciale e mistica lente d’ingrandimento trovata per puro caso, il piccolo e dispettoso Bowser Jr. finisce per essere risucchiato per sbaglio all’interno delle spesse pagine, e il libro, in una folle carambola, precipita direttamente dal cielo atterrando con un tonfo sordo proprio sull’isola dei nostri amati e pacifici Yoshi. Enzo, pur essendo a tutti gli effetti un’enciclopedia dotata di senno e parola, ha un piccolo e insormontabile problema di fondo: non può leggere le sue stesse pagine, essendo i suoi occhi sulla copertina esterna.

Chiede così aiuto ai nostri dinosauri colorati: utilizzando la sua magica lente d’ingrandimento, Yoshi può tuffarsi all’interno dei vari habitat illustrati per studiare a fondo la fauna locale, catalogarne i comportamenti e riempire di appunti scientifici le pagine originariamente bianche del voluminoso tomo.

Vietato morire, obbligatorio esplorare

Ed è esattamente in questo preciso istante che il gioco mette subito le carte in tavola, rivelando la sua natura profondamente anomala, decostruita e, personalmente parlando, spiazzante per chiunque abbia un trascorso da videogiocatore classico. Come ho avuto modo di constatare fin dai primissimi minuti passati col pad alla mano, questo titolo non prova nemmeno per una frazione di secondo a essere un vero e proprio gioco di piattaforme. Gli sviluppatori hanno preso l’intero e consolidato concetto di videogioco action a scorrimento, lo hanno frammentato pezzo per pezzo e lo hanno trasformato in un sandbox, una sorta di simulatore di naturalista in cui lo scopo primario non è in alcun modo arrivare in fondo a un percorso lineare e predefinito.

Ingoiare o no delle api? Anche Yoshi sembra perplesso

L’obiettivo ultimo di ogni singolo scenario non è mai quello di raggiungere una fantomatica bandierina di fine livello, e non esistono le classiche schermate di “Game Over”. Non ci sono vite contate a limitare i nostri tentativi, non c’è una barra della salute tradizionale da tenere d’occhio e, soprattutto, se Yoshi cade in un burrone senza fondo o viene colpito da un nemico ostile, non subisce alcun danno reale o punitivo: emette semplicemente un buffo, tenero versetto di dolore e ricompare a pochi passi di distanza, fresco come una rosa primaverile e pronto a riprovare l’impresa. Il livello di sfida, inteso nel suo senso più classico, punitivo e arcade, è totalmente inesistente. Il vero e unico scopo del gioco è la metodica osservazione visiva e la sfrenata sperimentazione pratica direttamente sul campo.

All’inizio della mia avventura questa audace scelta di design mi ha destabilizzato e a tratti persino annoiato. Le primissime ore di gioco possono infatti risultare confusionarie, caotiche e fin troppo infantili per chi cerca uno stimolo intellettuale robusto. Entriamo in un nuovo e sgargiante habitat, individuiamo la povera creatura di turno che vi risiede e iniziamo a stuzzicarla in ogni modo fisicamente e logicamente possibile. Possiamo provare a mangiarla, a sputarla via, a lanciarle un uovo colorato, a offrirle una succulenta mela, o utilizzare un colpo di coda per caricarcela in groppa. Ogni singola azione inedita e mai tentata prima genera una scoperta, premiandoci con delle stelline lucenti che ci permettono di proseguire nell’esplorazione e aprire nuovi scenari all’interno dell’enciclopedia.

Il problema di questa fase iniziale è che si prova un forte senso di smarrimento misto a noia. Se per sbaglio, o per semplice impazienza, si attraversa il livello correndo un po’ troppo velocemente e saltando a casaccio senza ponderare i propri movimenti, si rischia di innescare due o tre scoperte contemporaneamente in modo del tutto fortuito. Ci si ritrova a vedere apparire notifiche di successo a schermo senza aver capito quale precisa azione, mossa o fortunata coincidenza le abbia generate, svuotando l’action di ogni reale appagamento deduttivo. È un approccio ludico che richiede una calma quasi zen, un ritmo compassato e riflessivo che cozza con la frenetica memoria muscolare di chi è da sempre abituato a correre e saltare nei platform tradizionali. Le interazioni disponibili in queste primissime e acerbe battute sembrano tutte simili, schematiche e prive di reale mordente: metti in groppa la creatura, portala vicino a un oggetto specifico dello scenario, dalle un frutto per farle cambiare colore o stato d’animo e poco altro.

Yoshi dimostra che ha il ritmo nel sangue

Evoluzione della specie: il genio si sblocca a metà avventura

Fortunatamente, spingendosi avanti nell’esplorazione e superando la noia delle fasi iniziali, la situazione cambia in modo meraviglioso. Superato lo scoglio della ripetitività dei primi mondi, l’esperienza si trasforma sotto i nostri occhi in un’opera di game design purissimo, brillante e ingegnoso.

Tutto diventa ciò che avrei voluto fin dall’inizio: le interazioni a schermo smettono di essere dei semplici, casuali e noiosi esperimenti fini a se stessi e diventano meccaniche ludiche concrete, sfaccettate, variegate e capaci di sorprendere. La varietà delle situazioni proposte diventa impressionante, lasciando il giocatore sbalordito di fronte a quanta cura sia stata riposta. Senza voler svelare dettagli eccessivi o fare nomi specifici per non rovinare il piacere della scoperta, vi basti sapere che si inizia a incontrare una fauna incredibile e stratificata: ci sono creaturine che, se sfruttate e direzionate a dovere, ti permettono di divorare enormi blocchi di sabbia per scavare complessi tunnel sotterranei, costringendoti ad affrontare l’intero stage quasi come se fossi all’interno di un elaborato gioco action-adventure in cui destreggiarsi tra percorsi labirintici. Ho incontrato bizzarri esseri che fungono da agili rampini viventi, permettendomi di lanciare robuste ragnatele e oscillare nel vuoto da una piattaforma all’altra con un dinamismo, una fluidità e un senso di verticalità totalmente inaspettati per una produzione di questo calibro. Ho interagito con buffi e canterini animaletti musicali per comporre melodie complesse in tempo reale, balzando ritmicamente sulle loro teste con un tempismo perfetto degno del miglior rhythm game in circolazione. E mi sono persino ritrovato a dover gestire con estrema cautela creature esplosive e instabili, sensibili alla minima folata di vento, elaborando rigorose strategie per aprirmi dei varchi nella roccia senza saltare per aria.

A questo si aggiunge un fattore di rigiocabilità che dona ancora più spessore all’intero impianto ludico. L’enciclopedia di Enzo, infatti, non è a tenuta stagna: alcune specie, una volta che le avrete scoperte e registrate nei mondi più avanzati, inizieranno a “migrare”, entrando in modo inaspettato nei livelli abitati da altre creature che avevate già esplorato in precedenza. Questo crea un ecosistema dinamico e vivo, sbloccando interazioni incrociate inedite tra le varie bestioline. Si formano così reazioni a catena e missioni di scoperta del tutto nuove in mappe che credevamo di aver già sviscerato al cento per cento, spingendo il giocatore a tornare più e più volte sui propri passi.

Sì, c’è anche lui: l’adorabile Tipo Timido con i suoi versetti.

È fantastico notare come l’assenza totale di penalità o di vite, un aspetto che possiamo considerare negativo, in questa fase del gioco si trasformi invece in qualcosa di azzeccato: con la voglia infantile di chiedersi “chissà cosa succede se provo a combinare questo strano elemento con quest’altro oggetto in fondo alla mappaavere delle vite avrebbe reso tutto troppo punitivo. Le missioni in questo modo diventano davvero tantissime e anche la loro complessità di scoperta e realizzazione aumenta. Per fortuna ci sono tre tipi di indizi a cui il giocatore può attingere: i primi, forniti direttamente da Enzo qualora lo consultassimo mentre ci troviamo all’interno del livello stesso, sono volutamente molto generici e vaghi, pensati solo per indirizzare lo sguardo. Uscendo dallo scenario e consultando l’enciclopedia al di fuori dell’azione diretta, invece, possiamo ottenere dei suggerimenti leggermente più specifici e contestualizzati. Infine, nel caso fossimo davvero bloccati e non sapessimo dove sbattere la testa, è possibile spendere le classiche monete di gioco raccolte nei livelli per sbloccare l’indizio definitivo: questo ci restituisce la descrizione esatta della missione da compiere, come se l’avessimo già completata con successo. È un’aggiunta intelligente che permette a chiunque di non restare mai bloccati.

L’inventario del naturalista: collezionabili e ricompense bizzarre

Anche l’economia interna del gioco, legata all’acquisizione e alla spesa dei collezionabili, ha una doppia faccia. Esplorando a fondo e con dedizione i meravigliosi diorami proposti, possiamo raccogliere le classiche margherite, un marchio di fabbrica della serie. Spendendole, il nostro amico Enzo ci regala in cambio degli “strumenti di esplorazione” per personalizzare e arricchire l’interfaccia utente a schermo. Alcuni di questi strumenti sono effettivamente utili e sensati, come ad esempio un comodo radar per scovare i segreti mancanti nei paraggi, ma la maggioranza di essi è solo abbellimento visivo che ingombra lo schermo senza un reale perché. Possiamo, ad esempio, sbloccare grafici in tempo reale che ci mostrano l’altezza esatta al millimetro dei nostri salti, o una scala del “sapore” (dolce, amaro, acido, salato) delle cose che Yoshi ingoia, o ancora i classici cuori della vita che diminuiscono quando si viene colpiti ma che, una volta esauriti, non portano a nessun Game Over.

È una bizzarria concettuale tutta giapponese che da un lato fa sorridere perché dimostra l’estrema cura riposta dagli sviluppatori, facendoci sentire in una vera e propria enciclopedia ricca di informazioni, dall’altro lato può togliere le motivazioni a raccogliere tutti i collezionabili per ricompense così “inutili” ai fini del gameplay.

Un meraviglioso ma opaco diorama di carta

Per quanto riguarda il comparto tecnico ed estetico, trovo che sia il gioco che più si avvicina alla meraviglia dei colori pastello usati in Yoshi’s Island. Il team di sviluppo ha saputo infatti creare un mondo che ricorda i preziosi libri di favole illustrati a mano della nostra più tenera infanzia: i contorni tracciati a matita, gli sfondi che perdono colore avvicinandosi ai margini esterni del livello, restituendo al giocatore la sensazione di star calpestando una pagina di carta ancora non completamente inchiostrata. Per accentuare ulteriormente la natura artigianale, fittizia e “costruita” dell’intera opera, le curatissime animazioni dei personaggi saltano dei fotogrammi, emulando in modo egregio la tecnica cinematografica dello stop-motion. Tutto ciò però viene in qualche modo rovinato da una sorta di “filtro carta ingiallita” che finisce per spegnere la naturale vivacità e brillantezza dei colori tipici del variopinto mondo di Yoshi.

Sul versante sonoro, invece, le deliziose e allegre musichette di sottofondo si sposano bene con la rilassata atmosfera dell’opera e con i versetti del nostro Yoshi, senza però raggiungere mai quei picchi di eccellenza capaci di stamparsi in testa.

Sessione Mecha in arrivo

Arrivati all’ultima pagina del libro, è ora di tirare le somme. Questa atipica avventura di Yoshi è un’opera indiscutibilmente coraggiosa, bizzarra, pregna di amore ma divisiva per la community di videogiocatori. Non lo ritengo il degno e diretto successore platform di quel leggendario capolavoro a 16-bit che molti di noi hanno amato, ma forse è proprio qui il nocciolo della questione: Yoshi and the Mysterious Book non vuole esserlo. Qui ci troviamo di fronte a una stravagante avventura di catalogazione naturalistica, un diorama interattivo, lento e rilassato che chiede di abbandonare del tutto la moderna ansia da prestazione, abbracciando il ritmo lento, riflessivo e metodico della curiosità fanciullesca. Superato lo scoglio delle prime ore di gioco, vi troverete immersi in una fase avanzata geniale e appagante, ricca di varietà e chicche che faranno sorridere i più nostalgici.

Yoshi and the Mysterious Book è l’ennesima dimostrazione che Nintendo non ha la minima paura di rischiare, prendendo un’icona storica stravolgendone le basi concettuali. Un esperimento per alcuni versi imperfetto ma che, alla fine di questo lungo e magico viaggio tra le pagine incantate, sa come rapire il cuore.

Ho portato a termine l’avventura, raccogliendo molti collezionabili (ma con ancora tantissimi mancanti) in circa 15 ore di gioco.
Pro: Senso di scoperta appagante. Meccaniche geniali soprattutto nella seconda parte. Direzione artistica unica e fiabesca. Per completarlo al 100% ci vuole davvero tanto impegno.
Contro: Prime fasi lente e ripetitive. Livello di sfida totalmente assente. Filtro visivo che spegne i colori. Se non si entra nel giusto mood ci si annoierà dall’inizio alla fine.
8.5

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