Un VHS dal futuro-passato

Finalmente torniamo a parlare di roguelite, ma vorrei da subito puntare la vostra gentile attenzione (con una pistola alla testa, se necessario) su un altro termine: “boomer – shooter”. Questo genere, non esageratamente prolifico, si rifà allo stile dell’età dell’oro degli FPS in prima persona, con grafica e design che omaggiano classici quali DOOM e QUAKE prendendone a modello la velocità e la frenesia, nonché una dialettica di fondo spesso cringe e grossolana (c’era un tempo in cui Duke Nukem entrava nel bagno, urinava e tirando la catenella sottolineava tale performance con un soddisfatto “ahh, much better!”). Il titolo che ci apprestiamo a dissezionare prova a inserirsi in questo filone, ma manifesta ambizioni di unicità provando a tenere alto il livello di stimolazione della nostra corteccia prefrontale con una struttura a loop roguelite. Stiamo parlando di Mullet Madjack, uno sparatutto in prima persona (disponibile già da oltre un anno su Steam e Xbox e da oggi anche su Nintendo Switch) in cui il tempo a disposizione per uccidere il prossimo nemico è anche la vostra vita totale.
Siamo dunque a chiederci se l’ibridazione operata dai ragazzi brasiliani Hammer95 abbia trovato le armi giuste per far uscire i boomer dalla zona di comfort, attraverso l’aggiunta di scariche di dopamina randomica, purché somministrata entro e non oltre 10 secondi.
Let’s get physical

La presentazione e il paratesto di Mullet Madjack sono fenomenali. Una soundtrack retrowave e le classiche righe del VHS sullo schermo sollevano il velo su una art-direction che prende a piene mani dal mondo anime degli anni ’80 e ’90, e i primi nomi che è impossibile non pronunciare sono ovviamente AKIRA (per il contesto cyberpunk e alcuni inevitabili richiami alla guida del protagonista), ma anche Silent Möbius (quest’ultimo soprattutto nella rappresentazione estetica delle fanciulle): nei primi momenti di gioco sembra di aver ritrovato un OVA perduto che le reti nostrane non hanno mai messo in onda. Questa sensazione è rafforzata dalla vera chicca che farà impazzire qualsiasi giocatore vissuto ai tempi in cui il concetto di “digital delivery” non era neanche un pensiero nelle menti dell’industria: la presenza, nel menu di gioco, di un’opzione che vi farà vivere l’unboxing (digitale) di Mullet Madjack, simulando l’apertura della scatola di fisica come quelle “dei nostri antenati” (come la streamer del mondo di Jack non mancherà di sottolineare) e completo di manuale sfogliabile pagina per pagina e persino di cd-rom. Io, feticista che son io, avrei potuto fermarmi qui e dare al gioco un bel 10 ma, solo per voi, l’ho anche giocato.
Vivere 10 secondi alla volta

Nel 2095, alcune I.A. denominate “ROBILLIONAIRES” dominano il mondo, mentre gli esseri umani unitisi alla Rete sono diventati dipendenti dalla dopamina e necessitano di una dose della medesima ogni 10 secondi, altrimenti la morte avrà la meglio su di loro. Jack è un “Moderatore” che dovrà salvare la “Principessa” (la citazione a Mario è servita) una influencer famosissima che è stata catturata dalle predette I.A. Lo farà scalando 10 piani di un grattacielo alla volta, attirato anche dalla possibilità di vincere le preziose sneaker messe in palio dai cattivi.
Una forma di strana alleanza ci verrà dalla PEACE Corp, una corporazione che eseguirà lo streaming delle nostre uccisioni reimmettendo la dopamina dei telespettatori direttamente nel sangue di Jack, per tenerlo in vita e creare la condizione fondante ogni partita. Infatti, in Mullet Madjack abbiamo solo 10 secondi da vivere e questi possono essere aumentati o mantenuti mettendo a segno uccisioni stilose e spettacolari, o diminuiti se subiremo ferite o resteremo inattivi. Non v’è tempo per le “spieghe”, è ora di sparare!
Se non stai morendo devi aumentare la difficoltà

Il gioco vi insegnerà da subito a uccidere velocemente, e per fortuna, rispetto agli shooter di un tempo i nemici non sono delle spugne per i proiettili, ma tendono a morire con un paio di colpi al massimo. Ogni partita diventa quasi per definizione una speedrun (anzi, gongolo al solo pensiero di un vero speedrunner che ne estremizzi il gameplay!). Sarà inoltre utile imparare a padroneggiare il tasto ZL per l’esecuzione del calcio (che accorcerà automaticamente le distanze tra noi e il più vicino malcapitato) e X per la corsa continua: in questo gioco, non si può camminare tranne che… contro i boss! Infatti, l’unico momento in cui dovremo agire in modo più ragionato sarà negli scontri con i cattivoni di fine livello, spesso confinati all’interno di arene e caratterizzati da pattern di attacchi da memorizzare (per schivarli) e da “finestre” entro le quali colpire senza essere colpiti a nostra volta. Per tutti coloro che vivessero con ansia le strutture tipiche del roguelite, sappiate che sconfiggere il capo di ogni piano sbloccherà un checkpoint da cui potremo ripartire nelle successive run (per lo meno ai livelli di difficoltà medi).
Il risultato di questa impostazione ludica è inevitabilmente un level design scarno ed estremamente claustrofobico, funzionale alla rapida individuazione dei nemici. Le stanze non sono generate proceduralmente, ma randomizzate da un pool di varie composizioni all’inizio di ogni nuova run. La nota positiva è che la possibilità di riconoscerne il layout vi permetterà di affrontarle ogni volta con maggiore consapevolezza. Per lo stesso motivo, anche la varietà dei nemici non è particolarmente spiccata, anche se ogni sezione da dieci livelli porterà in dote qualche nuovo tipo di avversario, assieme ad alcune variazioni strutturali di cui tener conto, come la presenza di larghe pozze di acido, che danneggeranno il protagonista se non superate in salto, o la necessità di effettuare dei wallrun su appositi cartelloni.
La dopamina vien comprando!

Ciò che differenzia ogni partita sono i poteri e le armi che potrete acquisire al termine di ogni livello e che aprono alla creazione di vere e proprie build con cui affrontare il quadro successivo. Dalla pistola base potrete infatti passare a un fucile a pompa, a un railgun o alla katana di ghiaccio o fuoco. Ogni sezione completata vi offrirà anche una scelta tra modificatori che rallentano i proiettili nemici, che fanno rimbalzare i vostri, che aumentano i secondi guadagnati dalle uccisioni con headshot, che abbassano la percentuale di vita del prossimo boss, che vi permetteranno di rompere le porte catenate con un solo colpo e via dicendo. Su questa decisionalità si declina molta dell’attrattiva strategica di Mullet MadJack e della sua rigiocabilità: ad esempio, le katane non devono essere ricaricate, ma vi costringono a passare molto più tempo “in aria” per colpire il nemico da vicino. Alla fine si tratta sempre di un sistema rischio/ricompensa. Tuttavia, potreste anche ignorare il problema e gettarvi sul potenziamento “goliardico” che aggiunge soltanto nuove frasi al già loquace protagonista, in un omaggio al Duke Nukem di cui sopra. Inoltre, ogni dieci livelli la progressione farà un piccolo passo in avanti, permettendovi di sbloccare un upgrade permanente da un pool di quattro, che vi rimarrà sbloccato anche dopo che sarete diventati cibo per robot.

Purtroppo (o per fortuna) questa esperienza al cardiopalma può esaurirsi tra le 3 e le 5 ore, proprio per la natura frenetica della progressione. Esistono ben 7 livelli di difficoltà che varieranno dal giocare “senza timer”, rendendo di fatto Mullet Madjack un FPS classico, all’ultrapunitivo “permadeath”. Il gioco ci giunge corredato anche di una “Modalità senza fine” (con tanto di una sotto-modalità denominata “Pedate”, che richiama subito alla mente Anger Foot di Devolver) e di una “Boss Rush”, aggiunte che sicuramente irrobustiscono, anche se solo minimamente, l’offerta ludica.
Performance e musica dolci come un lecca lecca al gusto di morte

Il titolo fila incredibilmente liscio sia in modalità docked che in handheld, anche sull’originale Nintendo Switch. Forse solo i caricamenti tra una sezione e la successiva risultano leggermente lunghi e purtroppo sul mio cammino di morte ho incontrato un crash durante una pittoresca resa dei conti con un boss. Avendo ricevuto la copia in anticipo (!!!) siamo fiduciosi che gli eventuali difetti verranno limati da future patch, nonché del fatto che su Switch 2 le performance saranno ancora migliori.
MadJack e tutti i personaggi vi riempiranno le orecchie di commenti in inglese, ma l’intera produzione è sottotitolata in italiano (tranne che il fantastico manuale nella sezione unboxing). Un plauso a Fernando Pepe e Mateus Polati, che per me ormai sono usciti dal videogame e entrati nel mio Spotify, e che con la loro soundtrack accompagnano gli spostamenti in auto di notte per le vie della mia città. Il sassofono in stile synth-wave à la The Midnight non può passare inascoltato, come neanche gli ottimi beat più incalzanti che sottolineano le fasi di combattimento vero e proprio, o l’eccezionale musica d’ascensore tra un piano e l’altro: insomma, poteva funzionare benissimo come disco, ma anche l’FPS contenuto nel pacchetto non è niente male.
Siete abbastanza retroumani per questo tipo di dopamina?

Mullet Madjack è un’esperienza unica, adrenalinica e con un’atmosfera che ti arriva in faccia come un calcio con entrambi i piedi: come una dose di dopamina intravenosa, questo titolo tende a dare tutto subito e a lasciare forte dipendenza che potrà essere soddisfatta ritentando le varie fasi con nuovi approcci, nuove armi e nuovi potenziamenti. L’infrastruttura roguelite del titolo aiuta a mantenere la dipendenza sotto controllo, ma per via della durata complessiva veramente breve, si finisce per volerne ancora di più.
In certe fasi verrebbe da liquidare il gioco come un button masher casuale, ma la differenza tra una partita persa ed una vinta sarà equivalente a quella tra il premere tasti a casaccio o tentare di suonare con le nostre dita una melodia di morte sul pad (sì, a volte sembra quasi un rhythm game). Il gioco maschera abilmente la sua semplicità strutturale e forse, alcuni giocatori abituati agli FPS moderni potrebbero desiderare qualcosa di più, ma Mullet Madjack preferisce fare “poco” e farlo “bene”. Nonostante un crash e qualche rallentamento nei caricamenti, il titolo ha performato benissimo su Nintendo Switch originale anche in portabilità e la presentazione a base di anime e retrowave vale da sola l’acquisto.
Questa dose di retro-nostalgia si esaurisce veramente troppo presto e chi, come me, ne è dipendente potrà solo continuare ad ascoltarne la soundtrack guidando con un lecca-lecca in bocca nella notte e sognando altre produzioni simili da parte di Hammer95. Un’avvertenza per tutti coloro che sono nati nell’era in cui i giochi si scaricano direttamente dall’internet: Mullet Madjack potrebbe farvi venire voglia di capire i “retroumani”!




























































