Il 1° aprile 2026 ha segnato il debutto globale nelle sale cinematografiche di Super Mario Galaxy – Il film, l’attesissimo sequel animato nato dalla collaborazione tra Nintendo e Illumination.
Come era ampiamente prevedibile, il ritorno sul grande schermo dell’idraulico baffuto ha immediatamente riacceso un dibattito feroce, portando nuovamente alla luce una frattura ormai sistemica tra il pubblico pagante e una specifica fazione della critica cinematografica. Analizzando i dati presenti sui principali aggregatori, il contrasto è a dir poco lampante e imbarazzante: da un lato il pubblico ha premiato la pellicola con un solidissimo 91% di gradimento certificato nella sezione “Verified Audience” di Rotten Tomatoes, dall’altro la stampa specializzata ha letteralmente affossato il film, facendolo precipitare a un misero 43% sullo stesso portale e a un desolante punteggio di 35 su 100 su Metacritic, contro il 7.7 degli utenti.


Questa netta discrepanza non rappresenta una novità nel panorama dell’intrattenimento contemporaneo, ma ciò che lascia veramente interdetti in questa occasione è la natura grottesca, iperbolica e del tutto priva di logica delle stroncature professionali. Non siamo più di fronte a legittime divergenze di opinione sui ritmi narrativi o sulla profondità dei personaggi; siamo di fronte a recensioni scritte per provocare indignazione, fare sfoggio di un cinismo elitario e generare traffico web attraverso affermazioni che sfidano il senso del ridicolo.
Una gara a chi la spara più grossa
L’esempio più eclatante, intellettualmente disonesto e a tratti offensivo di questa deriva è senza dubbio la recensione firmata da Kevin Maher per il quotidiano britannico The Times, il quale ha deciso di assegnare al film un lapidario 0 su 5. Nel suo pezzo, il critico arriva a domandarsi con toni apocalittici se questa pellicola rappresenti “la fine del cinema“, descrivendola come un’esperienza che gli ha provocato un “reale disagio fisico“, spingendosi ad affermare di essersi dovuto pugnalare ripetutamente la mano con una penna pur di distrarsi dal presunto strazio. È imperativo fermarsi a riflettere su queste parole. Un professionista retribuito per analizzare un film d’animazione per famiglie, un’opera colorata basata su un videogioco in cui idraulici saltano su funghi e guidano kart nello spazio, dichiara di essersi autolesionato per sopravvivere alla visione. Ovviamente è un’iperbole (o almeno lo spero per lui), ma questa non è critica cinematografica; è una performance teatrale di dubbio gusto, un esercizio di narcisismo puro in cui il recensore si erge a martire pur di attirare l’attenzione su di sé. Assegnare uno “zero” è sempre un atto politico, un messaggio inviato per delegittimare totalmente l’esistenza stessa di un’opera, ma supportarlo con simili termini qualifica unicamente chi scrive, non l’oggetto della recensione.
Altrettanto incomprensibile, e profondamente irrispettoso nei confronti di chi lavora nel settore dell’animazione, è l’intervento di Peter Bradshaw del The Guardian, che ha etichettato il film come un “blandissimo salvaschermo“, affibbiandogli una sola misera stella su cinque. La sua argomentazione tocca l’apice del “no sense” assoluto quando afferma che il lungometraggio sembra realizzato da “umani che, usando l’IA, hanno cercato di copiare qualcosa originariamente generato dall’IA“. Utilizzare l’argomento contemporaneo dell’intelligenza artificiale come sinonimo di “spazzatura pigra” per sminuire un lavoro di computer grafica di questa caratura è un insulto diretto alle centinaia di artisti di Illumination Studios. Gli animatori hanno riversato una cura maniacale nel comparto tecnico, affrontando sfide produttive immense per tradurre i mondi cosmici di Nintendo in un’esperienza visiva tridimensionale mozzafiato. Sequenze di pura estasi visiva, come le dinamiche dell’acqua, i dettagli del pelo dei personaggi e alcune scene spaziali con effetti particellari dimostrano una maestria nel rendering e nell’illuminazione che è il frutto di centinaia di ore di lavoro umano e tecnologico. Ridurre tutto questo a “peggio dell’IA” denota una preoccupante ignoranza tecnica o, peggio, la malafede di chi usa a caso parole di tendenza solo per infangare un prodotto.

A fare eco a queste esagerazioni performative troviamo anche Barry Hertz del Globe and Mail, il quale ha abbandonato ogni legame con la realtà paragonando il film a entità lovecraftiane. Hertz ha scritto che, mentre mostri cosmici come Cthulhu o Azathoth possiedono almeno una conoscenza onnisciente oltre ai loro poteri di distruzione della sanità mentale, “un orrore come Super Mario Galaxy – Il film non conserva alcuna qualità redentiva“. Di nuovo, stiamo scomodando H.P. Lovecraft per descrivere un film per famiglie, è un cortocircuito logico che fa sorridere per la sua disperata arrampicata sugli specchi.
Sulla stessa linea d’onda si pone William Bibbiani di The Wrap, che ha dichiarato che il film è così privo di sostanza che non si riesce a sentire i dialoghi per via dell’”incessante suono del fantasma di Aristotele che si prende a pugni da solo”. Anche qui, la critica rinuncia al proprio ruolo di intermediario culturale per trasformarsi in una gara a chi conia la battuta più tagliente su Twitter (o X). Pretendere che la sceneggiatura di un franchise che da quarant’anni si basa sul saltare in testa a delle tartarughe debba aderire ai dettami della Poetica di Aristotele significa soffrire di una miopia intellettuale gravissima. L’obiettivo primario di Nintendo non è mai stato quello di offrire un’introspezione psicologica che sfidi lo spettatore, né di vincere un Oscar per la sceneggiatura originale. Il loro scopo, onesto e cristallino, è intrattenere. Giudicare un’opera dichiaratamente pop, spiccatamente commerciale e coloratissima con gli stessi rigidi parametri con cui si valuterebbe un dramma d’autore è metodologicamente sbagliato. La critica di settore dovrebbe imparare a contestualizzare le opere, valutandole per l’identità che vogliono avere e per il pubblico a cui si rivolgono. Le recensioni scritte in maniera passivo-aggressiva non ottengono alcun risultato se non quello di allargare la voragine di incomunicabilità tra i professionisti del settore e il pubblico.
Di fatto, i recensori finiscono per sembrare vecchi snob infastiditi dai colori vivaci e dai bambini che si divertono, trasformando il loro presunto elitarismo in una macchietta comica. E magari sono riusciti anche nel loro intento, perché ne stiamo e ne sto parlando.
Un trionfo visivo e musicale
Se ci si spoglia dei pregiudizi e si accetta il film per ciò che è, chi si è recato in sala sapeva esattamente cosa aspettarsi ed è stato ripagato. Super Mario Galaxy – Il film è un prodotto estremamente piacevole, un’avventura scanzonata strutturata sulla falsariga del gigantesco successo del primo capitolo. La pellicola è progettata con il bilancino per far sognare i fan di vecchia data attraverso una valanga inarrestabile di citazioni, easter egg e cameo che faranno la gioia degli appassionati storici.
Oltre all’animazione straordinaria, abbiamo un comparto musicale, curato ancora una volta dal compositore Brian Tyler, di ottima fattura. Lungi dall’essere un prodotto senz’anima come gli “esperti” vogliono dipingerlo, la partitura di Tyler è una trionfale lettera d’amore all’universo Nintendo. Registrata con un’orchestra di settanta elementi, la colonna sonora riarrangia in modo magistrale decine e decine di temi storici, mescolando musica strumentale e suoni a 8-bit, rendendo omaggio in maniera commovente alle atmosfere eteree e maestose dei giochi Super Mario Galaxy e non solo. Questo livello di cura non appartiene a un prodotto “pigro” o “fatto con l’IA” bensì a creativi che amano profondamente la materia trattata. A differenza dei suddetti personaggi.

I limiti ci sono, ma non giustificano il massacro
Sia ben chiaro, difendere il film dalle isterie dei recensori non significa nascondere la testa sotto la sabbia di fronte ai suoi difetti. Super Mario Galaxy – Il film non è un’opera esente da pecche, anzi, soffre di problematiche strutturali evidenti che abbassano la qualità della narrazione. Come nel primo film, la pellicola pecca di una certa superficialità e di una fretta che non concede mai un momento di vero respiro, somigliando a tratti a un prodotto iper-stimolante figlio dell’era TikTokiana. Il voler inserire tanto, troppo, non fa apprezzare appieno alcune new entry: un personaggio dalle immense potenzialità come Rosalinda risulta sotto-utilizzata e inserita in modo sbrigativo. In alcuni frangenti, la narrazione si subordina quasi totalmente all’esigenza di mostrare l’ennesimo pianeta, l’ennesimo power-up o l’ennesima citazione, sacrificando le dinamiche relazionali tra i personaggi sull’altare di un “fan service” compulsivo.
Possiamo poi parlare del fatto che, a prescindere, ritengo discutibile la scelta di Nintendo di affidarsi a Illumination: conosciamo i prodotti di quest’ultima, il tipo di ironia a cui ci ha abituati, gli effetti slow motion inseriti più del necessario, delle trame, degli insegnamenti e dei pochi se non quasi assenti strati di lettura. Eppure la scelta è stata fatta e, proprio per questo, il prodotto che bisogna aspettarsi non è e non sarà mai troppo differente da un Cattivissimo Me a caso. Non regge nemmeno troppo la scusa del “è un prodotto per bambini“, visto che capolavori come Toy Story o in generale i prodotti Pixar/Disney (soprattutto quelli fino a un decennio fa) erano sì destinati ai bambini, ma avevano messaggi con una doppia chiave di lettura, per i più piccoli e per gli adulti.
Tutto questo con Illumination non c’è o è molto limitato. È un problema? Non necessariamente: un film ha il diritto di voler intrattenere e basta e, se lo fa bene, ha raggiunto il suo scopo.
In ogni caso tutti questi difetti, se si vuole essere severi, giustificano un voto di sufficienza stiracchiata o di un “è bravo ma non si applica”. Non sono però assolutamente giustificati gli zeri assoluti, le accuse di essere la morte del cinema o i paragoni con mostri interdimensionali del tutto fuori luogo e pretenziosi.

Alla fin fine, il pubblico ha già deciso
D’altro canto, mentre una certa élite giornalistica continua a discutere nei propri salotti virtuali facendo a gara a chi produce la recensione più tagliente per affossare un film di animazione leggero, il pubblico ha già emesso la sua sentenza. Ignorando i catastrofismi e le penne conficcate nelle mani dei critici “di settore”, gli spettatori di ogni età stanno riempiendo felicemente le sale di tutto il globo, garantendo un’apertura da record al botteghino con 68,4 milioni di dollari di incasso mondiali nel solo giorno d’apertura, superando quanto fatto dal suo predecessore.
I bambini continuano a sorridere e a sgranare gli occhi davanti ai mille colori del cosmo di Mario, i genitori si rilassano e divertono per novanta minuti, i fan di vecchia data esultano al primo accenno musicale di Gusty Garden e il tema di Star Fox. Nella sala ero circondato da centinaia di persone come me, cresciute con Mario: eravamo tutti (o quasi) sconosciuti, eppure parlavamo, ci scambiavamo pareri, facevamo battute, ridevamo insieme e fantasticavamo sui presunti sequel come se ci conoscessimo da sempre. E questo dimostra che, al netto delle analisi pretenziose e delle recensioni “no sense”, nonostante i sopra citati problemi della pellicola, in un mondo complesso e spesso cupo la vera magia del cinema risiede anche nella sua capacità di regalare un po’ di sana, coloratissima e genuina leggerezza.
E Nintendo ha saputo vendere, ancora una volta, tutto questo.