Cancellare il passato prendendosi gioco di sé
Se qualcuno mi avesse detto, anche solo un paio di anni fa, che nel 2026 mi sarei ritrovato a scrivere una recensione per un nuovo platform tridimensionale dedicato a Bubsy T. Bobcat, avrei probabilmente pensato a uno scherzo di pessimo gusto. Eppure, incredibile ma vero, abbiamo assistito al ritorno sulle scene videoludiche della lince più maltrattata della storia (giustamente, direi).
Sviluppato dai talentuosi ragazzi dello studio indipendente Fabraz, già noti per le meccaniche di Demon Turf e Demon Tides, e pubblicato da Atari (che bello vedere il suo logo quando si avvia il gioco), Bubsy 4D è un progetto che ha dell’assurdo. È un titolo divertente e sorprendente per i suoi bassissimi standard storici, ma che inciampa purtroppo su limiti strutturali, di budget e di longevità impossibili da ignorare.

Dalle stelle a 16-bit alle stalle poligonali
Per i giocatori più giovani, o per chi ha fortunatamente rimosso i traumi videoludici del passato, vi faccio una rapida lezione di storia. Bubsy nasce nel lontano 1993, ideato dal creatore Michael Berlyn per conto dell’etichetta Accolade. L’industria era nel pieno della “febbre delle mascotte platform“, alla disperata ricerca di un animale antropomorfo in grado di rivaleggiare con i giganti dell’epoca. I primissimi giochi in due dimensioni furono dei platform tutto sommato dignitosi, ma il vero disastro epocale avvenne nel fatidico 1996. Esattamente mentre il mondo intero veniva sconvolto dalla rivoluzione di Super Mario 64 e su PlayStation uscivano gli amati Crash Bandicoot e Spyro the Dragon, Accolade rilasciava sul mercato Bubsy 3D. Il gioco si rivelò un disastro critico di proporzioni bibliche, diventando una barzelletta universale. Poi, nel 2023, Atari ha riacquisito i diritti e il CEO Wade Rosen ha sfidato sviluppatori indipendenti a proporre idee ironiche per resuscitare il gatto.
Lo studio Fabraz ha risposto alla chiamata.
Pecore robotiche per una lince in pensione
L’aspetto in cui l’opera eccelle in modo inaspettato è proprio la scrittura e la totale consapevolezza della propria cattiva reputazione. I “Woolies”, gli storici alieni nemici dei primissimi giochi, tornano magicamente sulla Terra per rapire la popolazione mondiale di pecore e sfruttarne la lana. Bubsy, che ormai è un ex-divo stanco, se ne infischia altamente e vorrebbe solo continuare a dormire sul divano. Le pecore, tuttavia, si ribellano: schiavizzano ferocemente i Woolies, rubano la loro tecnologia spaziale, si trasformano in un potentissimo esercito di cyborg chiamati “BaaBots”, rubano il Tosone d’Oro e conquistano tre pianeti. Costretto a intervenire e trascinato su un’astronave rubata, Bubsy è accompagnato da un equipaggio che letteralmente lo detesta. I nipoti della Generazione Z, Terry e Terri, gli confiscano spudoratamente l’attrezzatura per rivendergliela a caro prezzo nel negozio integrato. Lo scienziato Virgil Reality è costantemente saccente, mentre il presunto interesse amoroso, Oblivia, è gelida come il ghiaccio e fa finta di non sapere nemmeno il suo nome.
Il gioco sfonda la quarta parete di continuo: il fenomenale doppiatore Sean Chiplock infonde al felino un’energia cinica che regge la comicità, con battute su altri famosi personaggi videoludici e situazioni assurde.

Acrobazie feline e gomitoli fuori controllo
Il nucleo dell’opera è l’innovativo sistema di movimento basato sul motore del loro precedente titolo. Gli sviluppatori lo definiscono “platforming espressivo” e fin dai primissimi istanti la lince ha a disposizione un moveset estremamente fluido: un doppio salto, una planata per coprire enormi distanze e uno scatto felino in avanti a mezz’aria. La svolta è però l’abilità Palla di Pelo. Con la pressione di un tasto, Bubsy si appallottola trasformandosi in una veloce sfera arancione rotante: il sistema di converte in qualcosa di simile a Super Monkey Ball, permettendomi di sfrecciare a velocità folli su rampe e half-pipe sfruttando la gravità. I livelli vanno esplorati alla ricerca di 150 gomitoli fluttuanti e progetti segreti per le abilità, c’è un percorso preciso da seguire ma c’è anche abbastanza libertà per poter esplorare (il vuoto).
Grazie ai gomitoli è possibile acquistare costumi esilaranti (come il costume “ispirato a un riccio” che ci lascia completamente nudi, con le sole scarpe e una censura pixellata nelle parti basse, o anche la sgraziata skin originale di Bubsy 3D), mentre i progetti sbloccano potenziamenti come il “Coyote Time”, per correre nel vuoto prima di cadere, proprio come Willy il Coyote. Se siete masochisti potrete anche attivare i vecchi comandi “tank” dell’era PlayStation, scatenando le sonore lamentele vocali del protagonista che vi pregherà di non farlo.

Una galassia piccola piccola
Con un sistema di controllo solido e l’ironia che suscita più di qualche sorriso, purtroppo le cose davvero positive finiscono qui. Semplicemente la struttura degli scenari e la durata complessiva non sono all’altezza delle meccaniche. Il gioco è inesorabilmente corto: parliamo di soli tre pianeti disponibili, ciascuno composto da esattamente cinque livelli. Le mappe tendono a essere percorsi a ostacoli lineari e molto ampi, ma innegabilmente spogli, vuoti e privi di veri enigmi ambientali. I nemici comuni sono semplice carne da macello superabili con un balzo, annullando di fatto il tasso di sfida dei combattimenti.
Per mascherare questa brevità, Fabraz ha puntato tutto sulla rigiocabilità e sullo speedrunning. Ogni livello ha un tempo record da battere, classifiche globali online e la possibilità di sfidare i “fantasmi” degli altri utenti.
Per i puristi esiste anche la modalità hardcore “9 Vite”, che cancella permanentemente il salvataggio se si subiscono nove danni in tutta la partita.

Cel-shading zoppicante e ritmi jazz da urlo
Sul fronte tecnico, l’opera adotta un vibrante stile in cel-shading dalle tinte accese. I tre mondi vantano una direzione artistica variegata: il pianeta “Wooltopia” è un trionfo di aghi, enormi fili e tessuti a maglia; “Craftus” è un universo di cartoleria costruito con carta millimetrata e righelli; “Metalurgia” è un’immensa discarica tecnologica ricolma di chip scintillanti e vecchi CD. Su un hardware come quello di Nintendo Switch 2 l’ottimizzazione punta a mantenere i 60 fotogrammi al secondo, vitali per la reattività del salto, e ci riesce alla perfezione. Tuttavia, la natura a basso budget del motore Unity è palese. Siamo di fronte a un comparto grafico da GameCube (anzi, sul meraviglioso cubo ci sono cose decisamente migliori), con fenomeni di pop-in delle texture quando ci si muove a velocità smodate e una mole poligonale dei vari elementi degli scenari davvero ridotti all’osso.
Di altra caratura è il comparto sonoro, con una colonna sonora curata dal duo Fat Bard che mescola sapientemente jazz tradizionale, sonorità big band e travolgente electro-swing, spingendosi persino verso i ritmi drum and bass del mondo industriale.

Il felino atterra in piedi zoppicando
Non posso certo definire questo Bubsy 4D una vittoria su tutta la linea, né il miracolo videoludico che cambierà per sempre il genere dei platform. Bisogna però riconoscere che Atari e Fabraz sono riusciti a rendere finalmente giocabile e controllabile la mascotte più insopportabile della storia videoludica, e questo è già di per sé un discreto traguardo.
Se siete alla ricerca di un passatempo leggero e veloce, o siete genuinamente incuriositi dall’ironia meta-narrativa di fondo, il felino arancione offre qualche oretta di salti divertenti. Ma tra una longevità ridotta all’osso, livelli spogli e combattimenti banali, ci troviamo di fronte a un gioco che dimenticherete presto.