Pokémon Pokopia, recensione: la killer app di Pikachu e compagni

La nostra recensione di Pokopia, il titolo che ridefinisce gli standard della serie Pokémon.

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Genere: Life simulator
Multiplayer: Sì
Lingua/e: Multilingua

Ricostruire coi Pokémon

Mi ero ormai rassegnato all’idea di dover spezzare il mio legame col mondo dei Pokémon. Avevo quasi dimenticato, a distanza di quasi trent’anni, perché questi strambi ma fantastici mostriciattoli fossero riusciti a scaldarmi il cuore anche nei momenti più bui. Avevo seppellito — per cause di forza maggiore — quel “Fattore Pokémon” che da bambino riuscì a stregarmi alla prima messa in onda del cartone animato.

Per fortuna, Omega Force e il suo Pokopia sono venuti in mio soccorso.

Pokopia è ricostruire. È il suo cuore pulsante, attorno al quale ruota tutto il gameplay e anche la storia di questa avventura. Il mondo è in rovina, degli umani non c’è più alcuna traccia, dei Centri Pokémon restano solo calcinacci. Passo dopo passo, mattone dopo mattone, avviene la magia: la vita torna a scorrere, gli habitat rigenerati richiamano Pokémon senza dimora, terre desolate si trasformano in luoghi appetibili.

E tutto ciò grazie a Ditto, il nostro avatar. Le sue abilità, riflesso delle MN che abbiamo imparato a conoscere nella serie principale, lo rendono di colpo il miglior costruttore-giardiniere-architetto-esploratore che il mondo abbia mai conosciuto. Con un Pistolacqua rigenera l’erba secca, con Taglio ricava legname e filati, i suoi pugni spaccano blocchi di terra, roccia e sabbia senza alcuno sforzo, con Surf le profondità marine non sono più un problema. Nel caso ce ne fosse bisogno, può farsi spuntare anche un paio d’ali.

È un sistema limitato dai PP, che tuttavia sono facilmente ripristinabili col cibo, sparso un po’ ovunque. Gradualmente, tutto ciò che è intorno a Ditto è raggiungibile, a sua disposizione per divenire parte di un unico, enorme progetto: rendere la Terra di nuovo abitabile per gli esseri umani. Un progetto che, posso assicurarvelo, ha del terapeutico.

Ma il nostro protagonista, per quanto onnipotente, da solo farebbe ben poco. Mai come stavolta, i Pokémon non sono solo tasselli di un elenco: hanno le loro personalità, esigenze, abilità speciali. Qualcuno aiuta a tagliare la legna, qualcun altro a innalzare edifici, altri riempiono le tasche di mattoni. Abbiamo parlato di MN: Ditto imita i suoi compagni dopo averli aiutati, e in cambio riceve delle abilità speciali. È un dare-avere — assolutamente non interessato — che funziona alla perfezione, dove cercare di accontentare le richieste dei “cittadini” diventa una priorità: del cibo dal sapore specifico, un letto più grande per Onix, una dimora più buia per Zubat.

Ignorarli è difficile, perché la percezione che siano nostri compagni, prima che aiuti-cantiere, è davvero molto forte, e ogni nuova apparizione, ogni +1 alla voce del Pokédex, è un momento di puro giubilo. Il sistema [generazione di habitat-reclutamento-compagno d’avventura-richieste] è la perfetta congiunzione tra un monster collector e un life simulator e, di per sé, una piccola metafora della vita: da soli si può fare poco, unendo le forze si può plasmare il mondo, abitarlo per renderlo meraviglioso, non solo per soddisfare delle esigenze.

Nel già grande calderone dell’amicizia, i veterani di Omega Force hanno poi gettato gli ingredienti più prelibati per mettere in piedi un sistema di crafting davvero complesso. Oltre alla varietà enorme di biomi, e quindi di materiali e risorse che è possibile rinvenire, e quindi di oggetti che è possibile craftare, vi è un profondo intrico di apparati che comunicano tra loro con una naturalezza commovente. Il sistema idrico contribuisce a portare acqua alle piante, mentre quello elettrico a illuminare le città e mettere in funzione l’eredità tecnologica degli esseri umani. Luce e oscurità possono segnare la vivibilità di una zona, così come la presenza o meno di sentieri lastricati, il livello di decorazioni, di infrastrutture, di Pokémon presenti. C’è persino la cucina, col suo ricettario risveglia-poteri.

Le possibilità e connessioni tra i vari apparati, per un giocatore che voglia gettarsi a capofitto nel tunnel senza uscita del city building, sono infinite: fatico a credere, complice anche la presenza di “tempi tecnici”, che durante le prime 50 ore si possa ambire a padroneggiare tutti gli strumenti a disposizione.

E parlando di tempi, e quindi anche di ritmo: Pokopia è avido del vostro tempo, e il suo ritmo incessante. Passate le prime fasi, l’impressione è quella di sentirsi soffocati. C’è tanta, troppa roba da assimilare. Tante, troppe e varie richieste da portare a termine. C’è da studiare. Per fortuna, ogni nuova possibilità viene introdotta alla perfezione, e c’è sempre, a portata di mano, un menu per tenere conto dei prossimi obiettivi, per controllare gli habitat mancanti o l’avanzamento del Pokédex.

Ogni azione, ogni mattoncino posto lungo il percorso, ha una conseguenza sull’ambiente, sui Pokémon, e quindi sulla progressione della storia che, a proposito, sa pizzicare tutte le corde giuste. E che si conclude con un postgame che promette altre avventure.

Pokopia non è una gioia solo da giocare. Dal punto di vista artistico, per quanto essenziale al fine di non confondere il giocatore, col suo graziosissimo cel shading risulta già iconico. I mostriciattoli sono ben modellati, animati, rispondono attivamente agli stimoli, esprimono le loro emozioni, verseggiano senza sosta. Ogni bioma ha il suo colore caratteristico, le sue sfumature; lo sconfinato orizzonte è ben visibile, gli oggetti in lontananza facili da identificare.

Le musiche rientrano tra gli elementi di contorno più riusciti del gioco, con melodie storiche riarrangiate per ogni occasione ed effetti sonori riutilizzati ad hoc: insomma, l’effetto nostalgia, quello buono, che sa quali tasti toccare, è perfettamente impiattato, e speriamo sia d’esempio anche per i vertici della casa madre.

Ma quindi, abbiamo tra le mani un capolavoro del genere? Quasi.

Di fronte a tanta complessità, mi sarei aspettato un po’ più di quality of life. Gli oggetti e i materiali riempiono prestissimo le tasche del giocatore — anche nelle fasi più avanzate e con tutti gli upgrade del caso — costringendolo a svuotarle nel primo cassone libero, spesso portandolo a dimenticare cosa si è lasciato dietro, e dove. Il sistema di mira e costruzione, poi, può risultare un po’ macchinoso, oltre che lento. A volte si rompe ciò che non si vuole, spesso si riempiono spazi che dovevano restare vuoti.

Prima ho parlato di tempi tecnici: costruire più edifici complessi può richiedere il trascorrere di vari giorni, tra l’accumulo di materie e l’affidamento dell’incarico a Pokémon specifici. Una volta assegnati a un progetto, infatti — com’è giusto che sia — i nostri compagni risulteranno indisponibili per altre mansioni fino al suo completamento. È un sistema che costringe ad attendere, in maniera meno “subdola” rispetto ad altri titoli simili come Animal Crossing, e va da sé che un giorno di lavoro perso equivale a un giorno di ritardo sulla tabella di marcia.

Per concludere, tanto per essere pignolo, avrei preferito una mappa più funzionale alle mille attività e ai tanti abitanti di questo fantastico mondo.

Ma, tirando le somme, Pokopia è un ibrido che funziona alla grande, pieno di chicche e raffinatezze, che stimola il giocatore a essere creativo, che sa catturare col suo gameplay-loop e il sapiente sfruttamento del Fattore Pokémon. Per tanti appassionati allenatori, è un esempio di ciò che si può fare col media-brand più redditizio al mondo quando tempo, intenzioni e risorse viaggiano mano nella mano.

È un titolo che ti rende un fan felice, ma senza farti sentire sbagliato.

Giocato per oltre 30 ore, distruggendo e ricostruendo senza sosta. Un numero che, come minimo, triplicherà.
Pro: Un life sim assuefacente, dall’estetica deliziosa, complesso sotto tutti i punti di vista e che usa sapientemente il Fattore Pokémon. Ritmo incessante.
Contro: Inventario caotico sin dalle prime ore, sistema di puntamento da migliorare. Qualcuno potrebbe trovarlo troppo dispersivo.
8.6

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