La purezza dell’arte in un mondo tecnologico
Lo ammetto. All’annuncio dell’ennesimo metroidvania, genere una volta di nicchia e che ora sembra esploso e anche inflazionato, ho storto un po’ la bocca. Poi, vedendo il trailer di MIO: Memories in Orbit, sono stato rapito dal suo comparto artistico, ma c’era pur sempre un certo Silksong che attendevo, quindi la priorità e ogni desiderio erano concentrati su quest’ultimo. Silksong è poi arrivato, lo abbiamo amato, e ora ecco che anche la creatura dei ragazzi di Douze Dixièmes è approdata su Nintendo Switch 2. E che sorpresa che è stata.
Un’opera che punta tutto sulla sinestesia e sulla purezza del movimento, un’esperienza sensoriale che trova sull’ibrida giapponese il palcoscenico ideale per esprimere un potenziale tecnologico e artistico che sa come farsi notare.

L’eredità dei maestri: tra Lungitela e la Foresta di Nibel
Per un videogiocatore che ha visto l’evoluzione del genere, è impossibile approcciarsi a MIO senza avvertire l’eco dei giganti moderni. Se le fondamenta storiche rimangono imprescindibili, la struttura di MIO si regge su due colonne portanti contemporanee: l’austera maestosità di Hollow Knight (e Silksong) e la fluidità eterea di Ori (che, con il secondo capitolo, rimane il mio metroidvania preferito di sempre).
Dai capolavori di Team Cherry, MIO eredita quella sensazione di “solitudine eroica“. Il Vascello, l’immensa arca spaziale dove è ambientato il gioco, condivide con Lungitela di Silksong quel senso di decadenza gloriosa. Non è un mondo morto, ma un mondo che sta mutando in qualcosa di diverso, dove la tecnologia viene lentamente digerita da una natura aliena. Se Hornet ci ha insegnato la letalità di un movimento verticale basato su riflessi felini, MIO sceglie una strada leggermente più “scientifica” ma altrettanto gratificante, dove ogni scatto è di una precisione assoluta.
Dall’altro lato, l’influenza di Ori and the Will of the Wisps è palpabile nella gestione del momentum. Il modo in cui il protagonista interagisce con l’ambiente, sfruttando la velocità acquisita per proiettarsi in traiettorie che sfidano la gravità, richiama da vicino il feeling dei Moon Studios. Dove Ori incantava con una bellezza fiabesca e orchestrale, MIO risponde con una fantascienza d’autore che però condivide lo stesso obiettivo: trasformare l’attraversamento della mappa in un piacere tattile e visivo, un flusso ininterrotto dove toccare il suolo diventa quasi un’eccezione alla regola.

Un level design a strati: il Vascello come organismo architettonico
Il level design di MIO non si limita a proporre la solita struttura a “stanze e corridoi”. Il Vascello è concepito come una serie di gusci concentrici, un’architettura che sfida la logica spaziale tradizionale e premia chi sa leggere le geometrie ambientali. Gli sviluppatori hanno lavorato molto sulla verticalità estrema: spesso ci si ritrova a scalare pozzi tecnologici profondi chilometri, dove il senso di vertigine è amplificato da uno sfondo che scorre in parallasse, mostrando i resti di una civiltà ormai perduta.
L’interconnessione del mondo è sorprendente. Ritrovare quella sensazione di sbloccare una scorciatoia dopo ore di peregrinazioni, scoprendo che due aree apparentemente lontane sono in realtà collegate da un semplice condotto, è un piacere. In MIO, i collegamenti non sono solo scorciatoie logistiche, ma veri e propri nodi narrativi: sbloccare un ascensore o riattivare un condotto di ventilazione significa letteralmente “curare” una parte del Vascello, permettendo al flusso di energia di tornare a scorrere. Questo rende il backtracking meno pesante e più gratificante, poiché ogni nuova abilità acquisita non apre solo una porta, ma permette di reinterpretare intere sezioni di mappa che credevamo di aver già compreso.
Le diverse aree non sono solo variazioni estetiche. Ogni bioma introduce una meccanica unica che altera il modo in cui percepiamo lo spazio: in alcune zone la gravità è ridotta, in altre non possiamo toccare le pareti, in altre ancora dei vetri in primo piano distorcono la visuale, in altre bisogna sfruttare il ghiaccio per muoversi più velocemente e atterrare su piattaforme altrimenti inaccessibili. È un design che non stanca mai e che mantiene alta l’attenzione per tutta la durata dell’avventura.

Combattimento acrobatico: la danza della distruzione aerea
Se il movimento è il cuore, il combattimento è il sistema nervoso di MIO. A differenza di molti esponenti del genere che puntano su un approccio statico a terra, qui la battaglia si combatte quasi interamente in aria. Grazie al sistema di reset del salto, ogni nemico abbattuto o proiettile schivato diventa una piattaforma invisibile su cui poggiare i piedi per un istante.
MIO dispone di “capelli energetici” con cui attacca i nemici e di una serie di abilità secondarie, ma la vera arma è il momentum. Colpire un nemico mentre si è in fase di scatto infligge danni critici, spingendo il giocatore a rimanere costantemente in movimento. È un sistema che richiede una coordinazione mano-occhio notevole: bisogna gestire contemporaneamente la traiettoria di caduta, la mira degli scatti e il timing delle schivate.
Verso la metà dell’avventura, quando i nemici iniziano ad attaccare in sciami coordinati, il gioco si trasforma in una sorta di balletto balistico. Non si tratta solo di schivare, ma di deflettere proiettili per trasformarli in propulsori, o di agganciare i nemici con il rampino per proiettarsi oltre le loro difese. La perfezione esecutiva regala un senso di onnipotenza che pochi titoli 2D riescono a restituire, rendendo ogni scontro un’opportunità per mettere in mostra la propria padronanza del sistema. La difficoltà non è proibitiva, per quanto abbia visto molte volte il Game Over.
A tal proposito ci sono tre opzioni molto utili che possono arrivare in soccorso del giocatore: una di queste permette di recuperare uno scudo dopo alcuni secondi passati a terra; il secondo fa sì che i boss che ci sconfiggono rimangano comunque leggermente “danneggiati” ogni volta che li affrontiamo, rendendo lo scontro sempre più semplice. Il terzo rende tutti i nemici, tranne i boss, pacifici, ovvero non ci colpiranno mai a meno che non siamo noi per primi a farlo.

Longevità e il piacere della scoperta infinita
Un punto critico per molti titoli di questo genere è la durata e la qualità del tempo speso. MIO: Memories in Orbit si posiziona in una fascia generosa e densissima: una prima run, procedendo con un ritmo esplorativo ma senza ossessioni completiste, richiede circa 25 ore. Tuttavia, per i veterani che vogliono scovare ogni segreto e massimizzare i Modificatori, la cifra sale facilmente verso le 40 ore.
Il gioco è privo di tempi morti. Ogni area nasconde “Memorie” opzionali, come frammenti di lore che espandono il passato del Vascello, e sfide di platforming puro che metteranno alla prova anche chi ha completato le sfide più ardue di titoli come Celeste.
La rigiocabilità è garantita anche dalla flessibilità del sistema di build tramite i Modificatori, acquistabili al negozio ma anche nascosti per l’enorme mappa. Si tratta di chip di memoria che MIO può equipaggiare, ognuno con un costo in termini di risorse di sistema: affrontare il Vascello focalizzandosi sulla velocità estrema e sull’evasione è un’esperienza radicalmente diversa rispetto a una configurazione basata sulla potenza d’urto e sulla rigenerazione energetica. Questa profondità permette di approcciarsi alle sfide più difficili con strategie sempre nuove, mantenendo l’esperienza fresca anche dopo ore di gioco.

Un quadro in movimento
Su Nintendo Switch 2, MIO: Memories in Orbit è un vero e proprio showcase artistico. Ci troviamo di fronte a un’immagine cristallina, con 60 frame al secondo granitici, una fluidità non solo estetica ma funzionale: in un titolo dove il platforming richiede una precisione al pixel, il lag degli input è praticamente inesistente.
Le scelte tecniche e artistiche fatte da Douze Dixièmes emulano la porosità della carta e il tratto a matita del fumetto francese (mi ha ricordato tantissimo Moebius). La fusione tra natura e tecnologia, le zone bioluminescenti che emettono luci creando ombre profonde e contrasti con le zone interne più buie, i fili d’erba che si muovono al vento, i riflessi del ghiaccio, sembra davvero un quadro in evoluzione. Ho solo trovato qualche sporadico e piccolissimo glitch grafico su alcune texture, nulla che rovini l’esperienza e che non possa essere corretto da una patch. La bontà del viaggio, inoltre, non è impreziosita solo dalla bellezza grafica, ma anche dall’assenza di caricamenti (se non quando si utilizza il viaggio rapido, ma anche in questo caso parliamo di 2-3 secondi) e da una colonna sonora che passa dal poetico e leggero, all’elettronico e caotico, per adattarsi perfettamente al momento.
Piccola nota sul feedback aptico: la vibrazione del Controller Pro di Switch 2 è apparsa troppo forte e poco tarata, tanto da spingermi a disattivarla; curiosamente, con il Pro Controller di Switch 1, il feedback è invece perfetto.

Una pietra miliare per il futuro del genere
MIO: Memories in Orbit è un titolo che non teme il confronto con i giganti. In un mondo che ha da poco accolto Silksong, MIO riesce a ritagliarsi uno spazio tutto suo grazie a una direzione artistica sublime e a un sistema di movimento che è pura gioia per i pollici. Non è un gioco per tutti: la sua difficoltà è onesta ma severa, e la scelta coraggiosa di non offrire una bussola immediata nelle nuove aree richiede al giocatore di tornare a esercitare il proprio senso dell’orientamento. Inoltre la mappa, per quanto dettagliata e facilmente consultabile, non riporta alcun nome delle macroaree, quindi nelle fase avanzate di gioco, quando la mappa diventa enorme, risulta difficile orientarsi e ricordarsi ogni luogo.
Alla fin fine, per chi ama il genere, MIO è un acquisto obbligatorio, è la dimostrazione che i metroidvania hanno ancora molto da dire. Se Ori ci ha insegnato la poesia del salto e Hollow Knight la dignità della sfida, MIO ci invita a volare tra i resti di una civiltà perduta, ricordandoci perché amiamo così tanto questo genere di videogiochi.