La trilogia di Erdrick è finalmente completa!
Quarant’anni e non sentirli. Quale modo migliore per celebrare la quarta decade di vita della saga di jrpg più amata in Giappone e una delle più importanti e famose al mondo che riscriverla?
Ricominciare da capo, ripartendo dalla trilogia di Erdrick, la saga dei tre capitoli che ha dato origine al mito. Per diretta volontà di Yuji Horii, la rinascita è cominciata con Dragon Quest III nel 2024, la prima avventura in ordine cronologico, in tutto lo splendore del motore grafico HD-2D, ormai un vero e proprio tratto distintivo delle avventure in due dimensioni di Square-Enix.
E per chiudere la trilogia, considerato quanto sono legati tra di loro e dipendenti l’uno dall’altro, i primi due capitoli sono stati racchiusi in un’unica splendida edizione.
Il primo capitolo di Dragon Quest, uscito nel 1986, non è solo un videogioco, è storia del medium videoludico. Un’avventura epocale, letteralmente il capostipite del genere dei giochi di ruolo giapponesi, il titolo da cui nasce tutto. Se oggi possiamo giocare a saghe come Final Fantasy, Xeno, Fire Emblem, Tales of, The Legend of Heroes, Octopath, il merito è tutto di un ragazzo all’epoca trentunenne, Yuji Horii, che, ispirato da titoli per pc occidentali come Ultima e Wizardry, scrisse e sviluppò Dragon Quest, pubblicato da Enix. Un’avventura che, nella sua semplicità, avrebbe ispirato i game designer per intere generazioni.
E dopo quarant’anni, la prima avventura scritta da Horii se la cava ancora sorprendentemente bene.
Dragon Quest I è l’unico titolo della saga a presentare un solo personaggio giocabile, l’eroe, diretto discendente del leggendario Erdrick. Tutto inizia così, con un protagonista solitario in viaggio per sconfiggere il malvagio Re Drago, trincerato dietro una barriera nel proprio palazzo, mentre il suo esercito di mostri porta caos e distruzione nel mondo di Alefgard.
Dragon Quest I è, in primis, un’avventura lineare, la classica fiaba del bene contro il male.
L’avventura originaria uscita per NES era decisamente breve, la durata si attestava attorno alle dieci ore; il remake espande la trama, garantendo un respiro più ampio ai protagonisti e approfondendo il ruolo di alcune figure centrali portando nel complesso, la longevità a venti ore circa.

Avere un solo protagonista da controllare rende Dragon Quest I un’esperienza rara nel panorama di giochi di ruolo giapponesi a turni: il classico gioco di squadra con molteplici compagni da controllare diventa un’avventura solitaria, non esistono classi tra cui scegliere e la strategia durante le battaglie cambia radicalmente.
Che si tratti di un’abilità di potenziamento, una magia di attacco, difesa o cura o di una tecnica speciale, tutto è nelle mani dell’eroe e ad ogni turno bisogna pensare attentamente a quale azione scegliere, tenendo presente la potenza del nemico, la quantità di attacchi a disposizione e il danno subito ad ogni turno. Niente gioco di squadra, le battaglie diventano una sfida in cui prendere la decisione giusta a ogni turno può letteralmente fare la differenza tra la vittoria e il game over.
Per ovviare a una difficoltà media più alta rispetto agli altri capitoli della serie, il remake include una utile funzione di auto save, che permette di ricominciare una battaglia in caso di sconfitta e ricaricare in zone intermedie durante l’esplorazione, considerando che i punti di salvataggio manuale sono pochi, limitati alle città e alle zone finali dei dungeon.
In modo analogo a Dragon Quest III HD-2D Remake inoltre, è presente un’opzione per abbassare il livello di difficoltà dell’avventura e concentrarsi sulla storia, con la possibilità di diventare invincibili durante i combattimenti.

Dragon Quest II è un ritorno alla saga nel modo in cui abbiamo imparato a conoscerla e amarla negli anni, con un party di quattro personaggi giocabili. Sequel diretto del primo capitolo, la storia si svolge centinaia di anni dopo e vede come protagonisti il principe di Midenhall, il regno fondato dall’eroe al termine di Dragon Quest, la principessa di Moonbrock e i gemelli eredi del Regno di Cannock, tutti e quattro discendenti dell’eroe, cugini accumunati dal sangue del leggendario Erdrick.
Il tono dell’avventura è diverso, sin dai primi minuti: il principe di Midenhall è ancora una volta silenzioso,
come da tradizione della saga, ma i suoi compagni di avventura, i loro caratteri vibranti e le interazioni che hanno tra di loro aggiungono una notevole profondità alla storia.
La storia riparte da Alefgard, una terra rinnovata, con nuovi regni e città da esplorare che vede secoli di pace e prosperità terminare, con un attacco da parte del feroce Hargon al castello della principessa di Moonbrock e la conseguente distruzione del suo regno.
Proprio come nel primo capitolo, in Dragon Quest II i personaggi giocabili hanno una classe ben definita.
Il principe di Moonbrock è specializzato nell’attacco fisico, la principessa di Moonbrock è fenomenale nella magia e i gemelli hanno caratteristiche che li rendono adatti ad ogni situazione, fungendo da veri e proprio jolly nelle battaglie.

Una grande novità dei remake sono i sigilli, artefatti al centro della storia di entrambi i capitoli, in grado di garantire, una volta reperiti, speciali capacità ai protagonisti e di influenzare le battaglie con nuove abilità e azioni. Il loro ruolo era marginale nelle versioni originali delle due avventure, e rappresentano una interessante aggiunta nel sistema di combattimento.
Il bellissimo remake HD-2D di Dragon Quest III offriva un sistema di classi liberamente personalizzabile, ricchissimo di possibilità, e giocarli nell’ordine cronologico (III-I-II) può sembrare un passo indietro notevole a livello di possibilità. Tuttavia, è bene ricordare che le sperimentazioni nei giochi di ruolo giapponesi erano decisamente più ampie negli anni 80 e 90 e che la personalizzazione offerta dal terzo capitolo non è stata abbandonata ma successivamente ripresa in Dragon Quest VI, VII e IX.
I primi tre capitoli sono un costante crescendo a livello di storia, longevità e dimensione del mondo, con il terzo capitolo arrivato ad essere così completo e vasto che per proseguire, era necessario un cambio di rotta, sia dal punto di vista narrativo che del mondo di gioco. E la speranza, è che proprio Dragon Quest IV, V e VI siano i prossimi titoli a ricevere un restyle in HD-2D, per rendere giustizia a tre veri e propri capolavori.

La differenza tra i remake HD-2D, le versioni originali dei due Dragon Quest e delle remaster uscite negli anni, è semplicemente abissale. Square-Enix non si è limitata a fare il minimo, in modo analogo a quanto fatto con Dragon Quest III, ha ricostruito i giochi, espandendoli nella storia, offrendo nuove opzioni nella giocabilità, senza snaturarne l’anima.
E, per una saga nata su console Nintendo, le versioni per Switch e Switch 2 in modalità portatile, rimangono forse ancora oggi il miglior modo possibile per vivere le due avventure. Il motore grafico HD-2D viene esaltato e valorizzato al massimo sugli schermi delle piccole ibride.
A tal proposito, ormai, a distanza di anni, è difficile conteggiare quante parole sono state spese in questi anni, sull’HD-2D e su come sia in grado di restituire nuova vita a titoli storici, caratterizzandoli con uno stile meraviglioso, moderno e al tempo stesso retrò. Ed è impossibile non notare la cura con cui Square-Enix ha ricostruito i due titoli inclusi nella cartuccia, prestando un’attenzione particolare alle micro-espressioni dei protagonisti dell’avventura, dando loro carattere e spessore.
Ogni pixel trasmette cura e passione e soprattutto amore per il brand, per una saga che non ha mai avuto eguali in Giappone e a cui tutto il mondo videoludico moderno è profondamente legato.
Il vero dilemma è: in che ordine giocare la trilogia? Secondo l’ordine di uscita originale, iniziando dal primo capitolo e osservare l’evoluzione del gameplay e del mondo di gioco, oppure nell’ordine di uscita dei remake, suggerito da Horii stesso, per godersi la storia in ordine cronologico? La scelta spetta unicamente ai giocatori, l’unica risposta sensata, forse, sarebbe che in ogni caso sono titoli imprescindibili, nella loro miglior versione, e qualunque sia l’ordine, l’importante è aggiungerli alla propria collezione e vivere ancora una, anzi due volte, l’espressione più pura della fiaba giapponese.