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Devil May Cry 3 Special Edition – Il migliore della serie?

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Pubblicato il
25 Febbraio 2020

Non sono mai stato un fenomeno col pad alla mano, sebbene nelle sfide con gli amici mi sia difeso bene in ogni gioco, piazzandomi sempre nell’immaginaria “zona champion’s league”: si trattasse di un FPS, di un picchiaduro o di un gioco di calcio, chi mi affrontava comunque doveva sudarsi la vittoria.

In particolare ero bravino nell’era PS2/GC/Xbox, mentre oggi vecchiaia e articolazioni mi fanno propendere per sfide meno impegnative, lasciando ai ricordi il compito di tenere vive le emozioni da “hardcore gamer” che oggi non mi posso permettere.

Al tempo, appunto, ero un giocatore tutto action, in particolare Capcom: dopotutto ho adorato la casa giapponese su Super Nintendo, consumando Street Fighter II, Final Fight II e III (il primo no solo perché non c’era il multiplayer), Knights of the Round e via dicendo. Passati al 3D, i picchiaduro a incontri trovarono subito collocazione e rappresentanza di alto livello, mentre i giochi d’azione che amavo, i picchiaduro a scorrimento, faticavano a reinventarsi (va bene il Gekido di Naps Team, ma era solo uno!).

Fino a Devil May Cry. Almeno per me.

Caro Dante, meno male che ci sei.

“Ma Devil May Cry era un Resident Evil venuto troppo action, non picchiaduro a scorrimento!”

Sì, è vero, ma l’approccio era sensibilmente riconducibile, nonostante la struttura a la “metroidvania“: tanti nemici piccoli da far fuori senza errori a cui seguivano boss finali che ti potevano piallare con una velocità estrema.

Provare la demo – contenuta nella versione PS2 di Code Veronica – fu per me un’epifania: quel personaggio in rosso (senza mantello al tempo) era potente, veloce e si controllava come nessun altro in 3D. Certo, c’era da faticare ad abituarsi, ma la strada era segnata per un nuovo genere videoludico che venne definito, autoreferenzialmente, “Stylish Action Game”.

Il resto è storia: si è rischiato di perdere tutto prima con un secondo episodio tragicomico e poi con un quarto capitolo incompleto e ripetitivo, ma alla fine abbiamo ottenuto quello che volevamo. Devil May Cry 5 è infatti arrivato nel 2019 consolidando la serie a livello qualitativo e commerciale.

Ne è passato di tempo.

In casa Nintendo Switch, però, non siamo ancora in grado di godere delle meraviglie del RE Engine, teatro delle meraviglie del quinto capitolo, e ancora stiamo cercando di capire se vedremo la forma definitiva di Devil May Cry 4. Quello che abbiamo è la trilogia originale, finalmente completata con l’arrivo di Devil May Cry 3 Special Edition.

Una versione speciale eccome, perché per la prima volta nella serie e nelle sue rimasterizzazioni sono stati introdotti dei grossi cambiamenti al sistema di gioco, mutuando dagli ultimi episodi la capacità di cambiare stili e armi al volo, con la semplice pressione di un tasto.

In particolare la novità è sostanziosa nel caso degli stili, la cui selezione era vincolata all’inizio del livello o le statue delle divinità, ed è ora invece integrata direttamente nell’azione di gioco, aumentando dunque frenesia e possibilità offerte al giocatore.

Questo è solo un assaggio

Senza se e senza ma, si tratta della migliore versione di sempre del titolo Capcom, già massimo rappresentante della serie al suo tempo: questi accorgimenti, che vedono anche l’introduzione del Bloody Palace cooperativo, fanno schizzare alle stelle il valore della produzione.

Nella graduatoria “interna”, diciamo, Devil May Cry 3 si colloca sopra al suo sequel per quasi tutti gli aspetti ludici, mostrando però il fianco a lato gameplay per via della sorprendente flessibilità che i cambi di stile di Dante offrivano in Devil May Cry 4. Da quel punto di vista il campo di gioco è stato livellato ed emerge quindi la qualità artistica della produzione dell’era PS2 che era graziata anche da un level design decisamente più conciso e funzionale.

D’un balzo, quindi Devil May Cry 3 Special Edtion per Nintendo Switch si pappa in un boccone ben 3 titoli del franchise (ignorando per un istante il capitolo apocrifo ad opera di Ninja Theory). Ma con il quinto, invece, come la mettiamo?

Roba da matti!

Sono rarissimi i casi in cui un gioco del 2005 possa dire la sua anche oggi, in particolare appartenendo ad un genere che di generazione in generazione ha visto miglioramenti netti in ogni aspetto dell’esperienza. Non solo grafica, ma anche e soprattutto in controlli, reattività e varietà di gameplay – nonché scala e visione.

Per capire come collocare Devil May Cry 3 Special Edition in una ideale classifica ho rimesso mano al quinto capitolo, giocato all’uscita del marzo 2019: inutile dire che l’evidente superiorità del sistema di controllo e di movimento del personaggio in ogni suo passetto/scatto, abbinata a spazi maggiori e telecamera migliore, mi hanno fatto riflettere sull’effettiva capacità del terzo capitolo di presentarsi oggi. Non come un viaggio nostalgico, ma come valida proposta nella libreria.

Non contento ho buttato qualche minuto anche sul Bayonetta, un titolo assolutamente clamoroso per level design e mobilità, giusto per capire quanto una sola generazione abbia contribuito allo sviluppo del genere. In una parola? TANTISSIMO.

Let’s dance, boys.

Devil May Cry 3 è decisamente un titolo figlio del suo tempo e per questo un po’ ancorato ai sistemi di progressione moderati, che vedevano il giocatore inizialmente impegnato a padroneggiare una manciata di azioni con cui affrontare le sfide proposte per poi crescere di possibilità e abilità col tempo.

Bayonetta lavorava un po’ così, ma aggiungeva una velocità estrema e grande padronanza dell’area di gioco, con un paio di meccaniche game changing (witch time su tutti, ma anche le armi angeliche o i torture attack) capaci di cambiare le carte in tavola con costanza, pur mantenendo le abilità del nostro avatar alla sua base. Devil May Cry 5 in questo è fuori di testa e fin dai primi istanti offre tutta una serie di capacità che quasi basterebbero per avere la meglio di metà delle sfide proposte.

Questo stacco si percepisce in modo netto e gli aggiornamenti di questa versione Nintendo Switch probabilmente sono stati ritenuti indispensabili (o inevitabili) per riproporre il gioco in una forma che potesse essere all’altezza dello stato attuale del genere.

Prova a colpirmi

Ne risulta una struttura “vecchia” che implementa funzioni “moderne”, andando potenzialmente a rompere gli equilibri originali. Sì e no, perché per quanto gli strumenti a disposizione del giocatore siano aumentati non è certo la cosa più facile del mondo alternare gli stili al volo e sfruttarne le mosse specifiche al momento giusto. Non subito, quantomeno.

Il vantaggio va guadagnato sul campo. Prima c’era una scelta (io ero un “coniglio” fissatissimo col trickster e le sue abilità di evasione), ora c’è da lavorare con la coordinazione motoria per sfruttare al meglio un potenziale comunque limitato dalla telecamera.

Questo rende il gioco “peggiore”? No, è estremamente superiore all’originale e al tempo stesso esplicita i progressi di un genere di successo mostrandoci anche i limiti di un titolo che, forse, meriterebbe un remake – parlando col cuore, perché razionalmente non lo vedremo mai.

Me li immagino con la grafica di DMCV e piango

Quindi che dire di Devil May Cry 3 Special Edition per Nintendo Switch, alla fine di questo speciale che è anche un po’ recensione del titolo Capcom? Dopo i primi passi incerti dei precedenti episodi sulla console, con il capostipite purtroppo invecchiato malamente e il sequel imbarazzante di suo, abbiamo finalmente un Devil May Cry come si deve sulla nostra ibrida (e non).

Per 20€ (o 15 se possedete uno degli altri capitoli) c’è da tuffarsi sullo shop a capofitto, con l’unico riservo legato al fatto che abbiate giocato o meno a Bayonetta 1 e 2, i quali si rivelano inevitabilmente prodotti superiori.

In ogni caso questo porting è costruito su un titolo fantastico e introduce elementi che lo migliorano quasi esponenzialmente. Che aspettate?