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The Legend of Zelda: Link’s Awakening – Un amore lungo 26 anni

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Pubblicato il
21 Febbraio 2019

Certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano

Link’s Awakening 26 anni dopo.
Dopo Astral Chain, il trailer del remake di The Legend of Zelda: Link’s Awakening è stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno, totalmente inaspettato, la sorpresa che vorremmo avere alla fine di ogni Direct Nintendo. Un ritorno dal passato per un titolo veramente speciale, sotto tanti punti di vista.

Avevo 8 anni quando uscì il gioco, avevo scoperto il mondo videoludico con un Game Boy e in breve tempo l’avevo frantumato, ragequittando con il mio primo titolo, Gargoyle’s Quest: Ghost’n Goblins, spin-off della celebre saga e primo capitolo della trilogia che culminerà con il bellissimo Demon’s Crest per SNES. Un titolo impegnativo, completamente in inglese, con decine di password per riprendere la partita da memorizzare, decisamente inadatto a un bambino ma portato a termine con grande soddisfazione qualche tempo dopo.
Primo Game Boy frantumato, avanti col secondo e con il secondo titolo regalato da una madre paziente e generosa, The Legend of Zelda: Link’s Awakening.

Un bambino può vedere nell’immagine originale un robot con un solo occhio e un orecchio strano. Si, sono io quel bambino

Stiamo parlando di un’altra epoca storica, senza internet, senza guide o streaming, in cui i videogiochi non erano ancora un fenomeno di massa e la poca informazione si trovava sulle riviste. E cosa può attirare un bambino e stimolarne la fantasia se non una spada e uno scudo su sfondo dorato, specialmente nell’epoca di Saint Seiya e dei cavalieri d’oro? Bastava la cover per far volare la fantasia, per cominciare a viaggiare.

The Legend of Zelda: Link’s Awakening nasce ben prima che la “mitologia” cardine della saga venisse definita con Ocarina of Time e rappresenta un viaggio sperimentale, diverso, in una terra ignota che ha vaghi rimandi e richiami a Hyrule ma con camei del mondo di Super Mario, come i goomba, il categnaccio o Tarin, paffuto abitante del villaggio molto simile a un noto idraulico. Il primo Zelda ambientato in terre straniere, il primo a tracciare una strada in seguito percorsa dai due bellissimi Oracle of Seasons & Oracle of Ages e dal mai troppo amato Majora’s Mask. Tutto si svolge a Koholint, una misteriosa isola con un uovo in cima alla vetta più alta, in cui Link approda per caso dopo una tempesta.

Quando esistevano ancora i libretti cartacei che presentavano i personaggi

Siamo nel 1993, per un bambino, pochi pixel su uno schermo non retroilluminato dalle tinte verdastre o su un Super Game Boy a casa di un amico, bastano per volare con la fantasia e l’immaginazione. Non sono necessarie cinematiche, una trama guidata, qte ma bastano un’isola da esplorare, leggende sulle creature che la popolano e una trama da ricostruire passo dopo passo, diventando sempre più forti.
Bastano un cavaliere, una spada e uno scudo, una protagonista femminile da aiutare (in questo caso Marin, dolce abitante dell’isola somigliante a Zelda) e una spiccata passione per il fantasy, comune a una generazione cresciuta con La Storia Infinita, Labirynth, La Storia Fantastica, dove proprio Link’s Awakening veniva citato e perché no, anche Fantaghirò.

Link’s Awakening per Game Boy era un titolo che poteva bloccare il bambino per un intero anno in un dungeon, nell’era in cui bisognava cavarsela da soli e non esisteva l’aiuto della rete. E nel frattempo, senza arrendersi esplorava ogni angolo possibile di Koholint arrivando ad avere più di metà della mappa scoperta, falciando lo stesso pezzo di prato decine e decine di volte per avere 999 Rupie ed acquistare un arco. Si spostavano massi per scoprire aree sotterranee e si scavava in ogni singolo quadrato di gioco per dissotterrare tesori.
Un’altra epoca, un’epoca in cui ci si accontentava di quello che avevamo su schermo e tanto bastava per amare un titolo, senza giudicare un titolo in base alle proprie aspettative personali o metterlo sulla graticola dopo pochissimi minuti di trailer.

I libretti non ci lasciavano mai soli, mai. Lacrimuccia

La grande maggioranza dei giocatori moderni probabilmente oggi giocherebbe Link’s Awakening in modo totalmente diverso, cercando inevitabili paragoni con i capitoli precedenti, pretendendo una grafica 3D e pensando a tutto tranne che a godersi il gioco per quello che offre.
Pensando a concentrarsi su aspetti superflui piuttosto che tuffarsi nell’atmosfera di un titolo che ha 26 anni sulle spalle e che, senza alcun dubbio, Nintendo saprà tirare a lucido nel migliore dei modi, senza snaturare Koholint Island. Link’s Awakening è figlio di un’epoca in cui il videogioco era stupore, meraviglia, scoperta e un capolavoro di gameplay e coerenza, un’epoca in cui nascevano molti titoli che avrebbero segnato la storia videoludica, pietre miliari che hanno avuto un impatto ancora oggi difficilmente quantificabile.

Link’s Awakening non è il titolo storicamente più importante uscito per Game Boy, quello scettro spetta a Pokémon Rosso/Blu. Ma probabilmente è il titolo più bello in assoluto dell’intera libreria, un’avventura intrisa di poesia dall’inizio alla meravigliosa fine e nei mesi che ci separano dalla sua uscita per Nintendo Switch, non sarebbe una cattiva idea giocarlo nuovamente, per capire personalmente quanta meraviglia possa contenere una piccola cartuccia del 1993. Evitando paragoni, evitando di cercare soluzioni nella rete, sedendosi alla propria sedia nell’aula della Nintendo Academy e cominciando ad imparare. Applicazione, studio, dedizione e una mente aperta all’apprendimento dell’essenza più pura di un videogioco.

Saranno ore ben spese, ore indimenticabili e che aiuteranno ad apprezzare ancora di più il remake. Ore in cui tornare bambini, impugnare spada e scudo e partire alla scoperta dei misteri dell’isola di Koholint. C’è una principessa che vi aspetta da qualche parte, c’è una malvagia entità da sconfiggere, c’è un mondo da salvare e un sogno da cui non svegliarsi.
In fondo, The Legend of Zelda nasce proprio dal sogno di un bambino che esplorava i boschi attorno a casa sua e forse, è proprio con gli occhi del nostro fanciullo interiore che dovremmo vivere la Leggenda.