Il genere musou è sempre stato visto con sguardo bieco nel panorama videoludico: amato per lo più in Giappone, ha storicamente coinciso poco con i gusti del giocatore medio occidentale che lo ha tendenzialmente bollato come banale, ripetitivo e noioso. Sui gusti personali c’è poco da dire: proprio in quanto dipendenti dalle inclinazioni di ognuno di noi, diventano insindacabili e, pur di fronte alla validità di un certo prodotto o a delle qualità oggettive, non c’è verso di farsi piacere un determinato tipo di gameplay.
Sebbene il buonsenso ci spinga a evitare di cimentarci in esperienze che riteniamo poco gradevoli, mantenere un grado di apertura mentale abbastanza elastico è spesso un ottimo espediente per ampliare i propri orizzonti e arricchire il bagaglio di esperienze che ci portiamo appresso. Vogliamo quindi provare, insieme, ragionare sul genere musou e capire se è davvero così poco stimolante come si dice in giro?

Il musou nasce come costola di un genere videoludico generalmente apprezzato, ovvero l’hack’n’slash, termine che deve la sua genesi ai giochi di ruolo da tavolo come Dungeons & Dragons. La locuzione ne voleva evidenziare in maniera particolare le campagne completamente incentrate sulla violenza, senza nessuna pretesa di costruire una trama e un intreccio credibili e coinvolgenti.
Per trovare una delle primissime apparizioni del termine, dobbiamo tornare al lontano 1980 sul Dragon Magazine, dove un articolo sottolineava come il potenziale di D&D andasse molto oltre il semplice hack and slash, comprendendo anche misteri, intrighi e storie d’amore. Dai tabelloni da tavolo l’hack’n’slash ha fatto poi il salto verso l’universo videoludico, andando a influenzare in maniera sostanziale il gameplay di molti titoli anche famosi. Un esempio su tutti? Diablo.

L’avventura di un eroe le cui abilità crescono con l’esperienza, che affronta una numerosa serie di nemici trovando armi, armature e oggetti sempre migliori è la trasposizione di un’avventura giocata con un tabellone, tirando dadi e muovendo miniature: in entrambi i casi il cuore della faccenda sta nel falciare tutti i nemici che ci si parano davanti e avanzare per la propria strada con l’obiettivo primario di sopravvivere.
Da un modello di RPG più classico, l’hack’n’slash ha preso poi in tempi più recenti una deriva action, vedasi ad esempio Bayonetta: enfasi su combattimento e ritmo, sacrificando un po’ la parte ruolistica ma dando maggior risalto alla trama. In questo panorama si inserisce infine il musou, in un’altra declinazione ancora con tratti ben definiti: ritmo frenetico, orde infinite di nemici da falciare come grano maturo, un nutrito numero di personaggi utilizzabili e spazi ariosi in cui muoversi.

La direzione intrapresa dal musou è quindi opposta a quella di molti filoni videoludici che vanno, o tentano di farlo, nella direzione della verosimilità (con le dovute licenze poetiche): pensare che un personaggio singolo possa avere la meglio di centinaia di nemici nel corso di una battaglia è ovviamente impensabile, ma, pensandoci bene, l’idea non dovrebbe sorprenderci più di tanto. Le arti, la storia e la cultura sono pieni di elementi affini al concetto di uno contro tutti: il cinema d’azione anni ’80 di Stallone e Schwarzenegger, l’uomo che supera i suoi limiti delle missioni spaziali degli anni ‘60 e ‘70, e il concetto nietzschiano di superuomo, tanto per citarne alcuni.
Le chiavi di lettura applicabili a questo tipo di gioco sono dunque molteplici e suggestive: ovviamente poi queste restano tutte belle parole se la struttura di gioco non si rivela all’altezza. Senza una realizzazione tecnica lungimirante, un ritmo che tende verso l’alto, e un’adeguata capacità del gioco di introdurre elementi di interesse si ha a che fare con un gioco scadente.

Hyrule Warriors Legends si cala sul palcoscenico dei musou con eleganza e grazia. Si tratta in buona sostanza di un Hyrule Warriors versione 1.1: nonostante Nintendo e Koei si meritino una tiratina d’orecchie per aver proposto solo un porting (pur se con qualche ritocco) anziché un capitolo nuovo del brand, la versione per 3DS funziona altrettanto bene rispetto al capitolo per home.
Gli ingredienti per fare bene sono infatti in primo nella produzione di Koei Tecmo. Il roster dei personaggi, ampliato con delle new entry interessanti, è variegato e ben caratterizzato: ciò permette, anzi consiglia, approcci differenti.

Se Link, per nominarne uno, è un rullo compressore che permette di caricare a testa bassa in ogni tipo di situazione, ci sono invece personaggi, come Midna, molto forti contro i gruppi numerosi di nemici ma che negli scontri uno contro uno sono meno efficaci. Molto dipende anche da che stile di gioco volete adottare: andare dritto all’obiettivo finale, cercare di completare tutti i compiti che, rapidi, si susseguono sul campo di battaglia, oppure ripulire ogni angolo dello scenario fino all’ultimo nemico. Qui più che mai al giocatore è richiesto uno sforzo “creativo” per approcciarsi al gioco in maniera a lui più confacente: chiaro che vedere Hyrule Warriors Legends come una sequela infinita di button smashing è il miglior modo per non divertirsi.
Il gioco dà il meglio di sé ai livelli di difficoltà più alti, dove va utilizzato un minimo di criterio per decidere come muoversi e dove intervenire sul campo di battaglia: la pianificazione strategica assume così un ruolo significante nell’economia del gioco, anche grazie alla possibilità di impartire ordini agli personaggi, potendo switchare (quasi) a piacimento da un eroe all’altro. Per chi poi avesse la compulsione del completismo, il gioco è ricco di collezionabili da cercare nei vasti scenari di gioco ed è presente anche un’infarinatura di potenziamento personaggi e armi, essenziale per affrontare in particolare alcune missioni della modalità avventura veramente molto complicate.

A fronte di molti aspetti che rendono Hyrule Warriors Legends molto meno piatto di quello che si possa pensare a un primo acchito, ce ne sono però altri che sono tutti da verificare e che possono andare ad intaccare l’esperienza globale: la realizzazione tecnica su un hardware comunque limitato come quello del 3DS sarà sufficiente per sorreggere il peso di un titolo dispendioso (in termini grafici) come questo? Il gioco si adatta a tempi e ritmi di un utilizzo di una console portatile? Il gioco riesce a stimolare il giocatore a proseguire con entusiasmo?
Presto vi proporremo una disquisizione più approfondita su queste e altre meccaniche di gioco e novità introdotte, serve solo ancora un po’ di pazienza!