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Ora è tutto più chiaro: Game Gear Micro

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Ho un Dreamcast in casa, davanti al televisore, ce l’ho di fronte proprio ora mentre scrivo seduto al tavolo della sala. È in ottima compagnia – tra le altre, con un Super Nintendo, una Xbox […]

Ho un Dreamcast in casa, davanti al televisore, ce l’ho di fronte proprio ora mentre scrivo seduto al tavolo della sala. È in ottima compagnia – tra le altre, con un Super Nintendo, una Xbox […]

5 Giugno 2020

Ho un Dreamcast in casa, davanti al televisore, ce l’ho di fronte proprio ora mentre scrivo seduto al tavolo della sala. È in ottima compagnia – tra le altre, con un Super Nintendo, una Xbox One e una Switch – eppure è la scatoletta elettronica che mi suscita più empatia lì in mezzo, una sorta di nostalgia, ecco. Mi fa tornare indietro di vent’anni, ai miei capelli a caschetto così francescani che riuscivo a parlare con gli animali, quando la parola sega non era collegata solo alla personale scoperta dell’onanismo ma ad un’azienda capace di far sognare – ma che proprio in quegli anni, e proprio con una macchina che il sogno lo portava nel nome, si accingeva a piegare la testa per sempre alle concorrenti. Una parte di noi vorrebbe vedere nella morte del comparto hardware di Sega dei primi 2000 solo un’ingiusta, arbitraria incomprensione globale: il Dreamcast era troppo avanti, è stato sottovalutato, et cetera. Il romanticismo sembra non morire mai – ma per fortuna neanche l’empirismo, che ci ricorda la sfilza senza fine di scelte sciagurate della casa di Tōkyō, risalenti a ben prima del Dreamcast. Ma una domanda continua a tediare alcuni videogiocatori, appunto forse i nostalgici, riprendendo il sentimento d’apertura: com’è che Sega non s’è più ripresa?

Non posso nascondere che all’annuncio del Game Gear Micro una parte di me abbia esultato, con insicurezza – perché di Sega ormai non ci fidiamo più –, ma ineluttabile il video di presentazione giapponese è bastato a prendermi a schiaffoni per riportarmi alla ragione. Ci sono più idee sbagliate in questa console che nella testa di Donald Trump, e sia l’America che Sega non torneranno great again in tempi brevi.

Eppure un device piccolo, dal sapore miscelato cool e retro, avrebbe potuto rappresentare un prodotto accattivante; certo non necessario, per carità. Ma questo avrebbe significato un certo lavoro di ideazione, design, produzione che l’azienda nipponica a quanto pare non aveva voglia di appiopparsi. Il Game Gear Micro è piccolo, minuscolo, per la miseria, rispecchiando forse la voglia di lavorare che avevano in Sega. Non trovo altre motivazioni allo schermo inferiore ai 3 cm se non l’ipotesi di una torbida collusione di Sega negli interessi di mercato di oculisti e ottici. Il mondo va avanti, verso la definizione, la brillantezza dell’immagine, e Sega tanto per cambiare va indietro.

Evidentemente devono aver pensato che una sola console, magari fatta bene almeno in termini di contenuti, non sarebbe stata abbastanza. E allora ecco 4 modelli, diversi per colori e giochi. Per giochi. 4 per dispositivo. Eh? Cosa hanno usato come sistema di memoria, uno strato di carta carbone? E che giochi, poi: qualche Sonic, qualche altro arcade, e una vagonata di microscopici rompicapo e jrpg fitti di testo. Vorrei che tutto questo fosse un gigantesco meme.

E invece non lo è. Sapete che cos’è? Uno spreco enorme.
In primis, in senso più viscerale, di materia: in tempi in cui la consapevolezza del problema ambientale del nostro pianeta è accessibile a tutti, non possiamo più accettare la produzione di oggetti di plastica non necessari, dal valore intrinseco assolutamente irrilevante, e che eccezion fatta per i collezionisti finiranno verosimilmente in qualche scatolone, poi in qualche cantina, poi nella spazzatura, infine a inquinare la Terra.
Secondariamente, uno spreco di soldi. Circa 40 euro a console, che per quattro console fa 160 euro per del software reperibile facilissimamente altrove. Questo dovrebbe dare la misura di quanto Sega stimi il suo pubblico.
Terzo, e concludo perché davvero non posso continuare questo elenco o dovrò chiedere un giorno di ferie, uno spreco di opportunità. Sega neanche ci prova più, tira fuori ogni tanto qualche buon software, ma questo può bastare? Per la sua storia, per la sua fan base, per un’icona come Sonic, può bastare? No, no che non basta, e il Game Gear Micro è l’ennesima zampata di questa vecchia, vecchissima azienda, molto più dei suoi 60 anni, che annaspa in un settore dove per sopravvivere occorre ogni volta ritrovare la fonte dell’eterna giovinezza. Non resta tanto di videoludico in questa azienda, rimangono solo il capitale con le sue logiche, e tanta fiacchezza. Come avrà mai fatto Sega a ritrovarsi in queste pessime condizioni?

Ed ecco che il trailer ci mostra l’accessorio Big Window Micro, una lente di ingrandimento da applicare allo schermo della console. Tutto diventa improvvisamente più chiaro. Le periferiche ridicole per Mega Drive, gli erroracci col Saturn e col Dreamcast, l’umiliazione di Sonic, la sparizione di grandi saghe, tutto si palese nitido davanti a noi come un’orribile miraggio. Sega è un’azienda che non ha la forza di competere con Nintendo, Microsoft e Sony e probabilmente non l’ha mai avute, se non tantissimo tempo fa, con le sue prime due magnifiche console, e da allora non ha fatto che sopravvivere di gloria passata grazie anche a quel pubblico che non ha mai smesso di amarla, lo stesso pubblico al quale ora cerca irrispettosamente di strappare 40 euro per un prodotto indifendibile, senza idee, senza carisma; proprio come chi l’ha realizzata (e davvero non mi capacito di come possa una testa come Wired definirla «bellissima»).

Perché è così che Sega deve vedere il suo pubblico: una manica di nostalgici in balia della propria passione ai quali poter appioppare qualsiasi robaccia sputandoci sopra un logo. Siamo questo? Io no.