Libero Pensiero

La serie Pokémon deve crescere, oppure siamo cresciuti troppo noi?

Scritto da

Pubblicato il
02 Marzo 2019

La mia vita a cavallo di un Lapras

Parliamoci chiaro. Sono un fan Pokémon dal giorno stesso in cui sono sbarcati in Italia. All’epoca ero poco più di un bambino (la serie anima è arrivata da noi nel 2000, mentre in Giappone circolava da ben 3 anni prima), ma i Pokémon riuscirono a conquistarmi piuttosto in fretta.

Certo, all’epoca c’erano anche altri “cartoni” che i bambini come me adoravano, ad esempio i Digimon, con tanto di merchandise vario tra carte, giocattoli e quant’altro. La prima volta che ho messo le mani su Pokémon Rosso la ricorderò per sempre grazie ad un singolo mostriciattolo: Charizard. E quanto ho pianto guardando Ash che lo allontanava dopo mille avventure passate assieme.

A spasso tra generazioni

All’epoca il GBC non era il mio, ma quello di mia cugina, ed ogni volta che ci incontravamo non mancava occasione perché io glielo chiedessi in prestito. Per inserire la mia scheda di Pokémon ovviamente, e per poter quindi giocare per ore a quell’avventura a caccia di mostri collezionabili dei più svariati tipi.

Mio vecchio, buon Charizard

Gli anni passarono, e così mentre crescevo anche io, anche i titoli Pokémon crescevano con me. Quello che probabilmente è ancora oggi il mio preferito, Smeraldo, divenne per me un vero e proprio oggetto di culto. Vantarsi con gli amici di aver catturato un Rayquaza solo con le Pokéball normali dopo ore di tentativi diventava un pregio quasi migliore di una laurea in un curriculum.

Non so più nemmeno quante Pokéball ho lanciato qui

Poi vennero Pokémon Diamante e Perla, per cui feci i salti mortali per poterci mettere le mani sopra. E ancora Pokémon Bianco/Nero, con i suoi temi più maturi e profondi. Pokémon X ed Y, con la nuova grafica 3D e.. beh, Yveltal vale da solo l’acquisto del biglietto (Xerneas prrrr). Ma più giocavo a Pokémon, più sentivo che qualcosa stava cambiando.

Ero io che stavo crescendo

L’età avanza, le esigenze aumentano, il tempo stringe, lo studio ed il lavoro chiamano. Ad un certo punto, ho capito perché Pokémon è un brand così amato dai più, ma ho capito anche perché ormai non sia più IO l’obbiettivo della saga. Mentre spolpavo per l’ennesima volta uno dei vari giochi della serie, arrivata all’epoca a Zaffiro Alfa e Rubino Omega, ho compreso il vero problema di Pokémon.

Il problema sono io. Il problema siamo noi.

Noi, che abbiamo iniziato a giocare su uno schermo con pochi colori, non retroilluminato. Noi, che guardavamo il cartone in TV e ci esaltavamo perché volevamo sentirci un po’ Ash, almeno finché riuscivamo a giocare. E ancora, siamo noi il problema, perché mentre noi siamo cresciuti e ci siamo caricati di nuove esperienze, il brand Pokémon è rimasto orientato verso un pubblico a cui non apparteniamo più.

Se non lo avete mai visto, non siete veri fan Pokémon.

Ed è proprio questo il problema del fandom di Pokémon. Non arrendersi all’evidenza che il brand è rivolto ad un’ampissima gamma di persone, non solo adulti affezionati alla serie sin da quando erano bambini, ma anche ai giovani d’oggi. E’ questo il vero problema. Forse, dovremmo solo accettare che, mentre una volta ci bastava girare la visiera del cappello in testa per sentirci degli allenatori, oggi non siamo altro che persone che si lamentano che un gioco per bambini si comporta da gioco per bambini.