Libero Pensiero

Calenda attacca i Videogiochi. E forse ha ragione.

Scritto da

Pubblicato il
05 Novembre 2018

I videogiochi verranno accettati solo alle Calenda greche

Il mondo è pieno di figure che, con una certa regolarità, accusano i videogiochi di svariate colpe. Ultimo nella lista degli accusatori è Carlo Calenda, politico italiano del Partito Democratico e ministro dello sviluppo economico sotto il governo Renzi e Gentiloni.  Vorrei provare ad uscire un attimo dalla modalità tifoseria tipica di queste situazioni. Leggendo attentamente attraverso le parole del ministro, proverò a vedere la questione da un punto di vista diverso. Perché in fondo, un po’ ha ragione. E perché sennò questo articolo sarebbe come tutti gli altri.

Bisogna sempre capire una cosa fondamentale: ogni generazione ha il suo modo di crescere, formarsi e vivere. La tecnologica informatica ha portato un’evoluzione forsennata e rapidissima dei nostri modi di vivere. E questo esaspera solamente il confronto generazionale, dove modi diversi di intendere l’esistenza stessa della vita si scontrano. Io sono un classe ’90, quindi sono sufficientemente vecchio da ricordarmi quando il mondo non era costantemente connesso ad internet. Quando le informazioni non erano ovunque e costantemente sovrimpresse alla nostra vita reale. Ho giocato con i Lego e con tanti pupazzi, prima di passare al mondo elettronico. I miei cuginetti, che stanno entrando nei loro teens, sono invece totalmente digitalizzati.

Io personalmente ho avuto spesso modo di confrontarmi sulla questione videogiochi con mio padre, classe ’47, quindi qualcosa come una generazione ancora più indietro di Calenda, classe ’76, e posso dire che, da certi punti di vista, il ministro esprime, con parole diverse, gli stessi dubbi sul cambiamento della mentalità di come operare nel mondo moderno dei miei genitori. Ora, non sono uno psicologo o un sociologo, ho un background tecnico da ingegnere innestato su un liceo classico, posso provare a darvi il mio punto di vista personale su come leggere tutta la questione.

Mettetevi nei suoi panni. Anche se vi vanno larghi o stretti.

Guardiamo bene le parole del ministro per analizzarle, usandole come punto di partenza intorno alle quali ricamare. “Fondamentale prendersi cura di ogni ragazzo: avvio alla lettura, lingue, sport, gioco. Salvarli dai giochi elettronici e dalla solitudine culturale e esistenziale. Così si rifondano le democrazie. Sarà forte ma io considero i giochi elettronici una delle cause dell’incapacità di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento. In casa mia non entrano.” Questi sono i due tweet al centro della discussione. Andiamo con ordine, guardando ogni pezzo.

La prima parte, mi sembra difficile da denigrare. Prendersi cura dei ragazzi è fondamentale. Noi esseri umani siamo il riflesso di numerosi fattori. La famiglia, l’ambiente circostante, la formazione, le amicizie. Fare un lavoro di supporto, invece di lasciare che sia il caso a prendersi cura dei propri figli, è un buon approccio secondo me. Leggere aiuta ad analizzare il testo ed alla comprensione dei contenuti. Le lingue sono sia utili in svariati campi professionali che importanti per avvicinarsi a culture straniere per avere più punti di vista ed analisi. Lo sport è importante per tenere il proprio corpo in forma ed eventualmente formare lo spirito competitivo e/o di squadra, a seconda della disciplina. Il gioco, inteso in modo classico, aiuta molto l’immaginazione. Fin qui, non credo possiamo dire molto.

La seconda parte si concentra sulle presunte colpe dei giochi elettronici. Sono legati alla solitudine culturale, esistenziale e sono la causa dell’incapacità di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento. Da un uomo figlio di uno scrittore ed una regista, con esperienza nel lavoro nel mondo del cinema, mi sembra strano che Calenda possa fare una generalizzazione così forte di tutto quello che è lo spettro videoludico. Soprattutto dopo che anche i canali di informazioni generalisti sono riusciti a produrre buoni contenuti.

Show come “Lo Straordinario mondo di Gumball” e tanti altri hanno rappresentato lo scontro tra genitori e figli sui videogiochi in tanti modi diversi.

Amor tussisque non celatur

Però è vero che i problemi esistono e far finta che non esistano non aiuta assolutamente a trattare in modo completo ed informato la questione. Il punto centrale è che i videogiochi sono esperienze interattive incentrate sul soddisfare le nostre fantasie, a farci sentire forti, importanti. Tutte le meccaniche sono create per soddisfare questi requisiti. È facile capire quindi, che se sono una cosa piacevole, il nostro cervello li cerca sempre più. Il loop di gratificazione di un videogioco è così veloce ed efficace, che ci manda in un feedback positivo e ci ossessiona.

Questo può esplodere ed andare fuori controllo. Quando però a giocare ai videogiochi sono 2,3 miliardi di persone ed il 57% degli italiani, forse bisogna capire quanta percentuale è effettivamente quella in pericolo e stare attenti a non ingigantirla al di fuori delle proporzioni reali. Esattamente come l’industria del vino può portare ad avere alcolizzati e persone con organi distrutti, porta un valore aggiunto alla nostra necessità di doverci cibare. E la bilancia pende sul vantaggio che sullo svantaggio per ora.

Da un punto di vista dell’analfabetismo, posso capire in che modo venga fatta la critica. Guardiamo i giochi più popolari. Si basano tutti su gameplay immediato, semplice e intuitivo. Non c’è spazio alla lettura ed alla comprensione del testo. Il media videoludico è costruito con enormi facilitatori, siano essi visivi o auditivi. Anche quando ci sono dei numeri coinvolti, come nei MOBA, possiamo testare le cose in ambienti di prova e ci sono numerosissimi elementi con colori di testo diversi e tanti altri sistemi di simile scopo.

Perché limitarsi alle parole?

Insomma, “saper leggere” è effettivamente secondario.  Anche giochi più lato GdR, fanno comunque uso di doppiaggio, di cinematiche, di linguaggi audiovisivi. Anche qui, non serve saper leggere in modo così approfondito. Siccome i giochi consumano sempre più il tempo libero rispetto agli altri hobby standard, ci può essere il rischio di lasciare da parte la capacità di comprensione del testo.

E non è neanche un problema ristretto solo ai videogiochi. Perché leggere se esiste YouTube. Anche per fini più nobili che il puro intrattenimento. In TV le trasmissioni culturali sono poche e centellinate nel tempo, su YouTube sono facilmente accessibili e se ben fatte spiegano i concetti con quanti aiuti audiovisivi possibili. Io sono un grande appassionato di PBS spacetime e di Kurzgesagt qui sotto.

L’effetto nel mondo del gaming lo vedo quando gironzolo nei forum dedicati a roba come Torment Tides of Numenera. Che più che un gioco è un libro di prosa con un po’ di gameplay messo in mezzo. I giocatori nativi inglesi si lamentano dei termini arcaici, delle formule complesse delle frasi, di come debbano usare un vocabolario per capire cosa stiano dicendo i personaggi. Di come in molti dicano: ah no c’è troppo testo, mica è un gioco, lo lascio stare. Ho preso Torment come esempio, ma si applica anche alle varie saghe di visual novel, che rimangono una nicchia anche per questo motivo.

Può un gioco non essere gioco?

Il secondo punto mi lascia un po’ perplesso, ma neanche tanto. I videogiochi rompono il giocare. Aspetta, ma allora perché li chiamiamo giochi? Ecco qui credo che l’ex ministro faccia riferimento al concetto della fantasia e dell’immaginazione. Il gioco classico implica di solito la costruzione nella nostra mente di un mondo di gioco e di interazioni tra i giocattoli. Ci sono sì delle istruzioni come nel caso dei Lego, ma poi fai quello che vuoi. Io avevo i miei Iron Man, Spiderman e non so neanche quanti altri cosi di plastica, e gli facevo fare di tutto.

Combattere in luoghi impensabili, sfruttando il mobilio di casa per creare ostacoli e qualsiasi altra cosa. A volte anche con la partecipazione dei miei genitori che si prestavano a seguire i miei deliri. Il videogioco in linea di massima non permette questo. Il videogioco è una struttura chiusa, con obiettivi ben stabiliti ed un percorso da seguire. Il tutto in mondi e con personaggi già definiti dagli sviluppatori. Anche volendo esulare un attimo dal gioco visto da un bambino, io sono un grande estimatore dei giochi di ruolo cartacei, come Dungeons & Dragons.

D&D. Da roba per supernerd all’alternativa sociale al videogame? Mah forse. Io ci provo.

La struttura può limitare

Perché in quelli davvero i limiti non esistono. Ho la possibilità davvero di sfruttare tutta la mia carica creativa e fantasiosa per immedesimarmi in qualcun altro ed in un altro mondo. A volte senza neanche un’illustrazione come linea guida. Il cervello deve costruire tutti i pezzi. È grandioso. I videogiochi non hanno questo potere, non mi hanno mai dato queste sensazioni. Ed io consiglio davvero di giocare di ruolo perché è un’esperienza di gioco completa e sociale.

Certo, c’è Minecraft e negli ultimi anni si sono fatti avanti molti videogiochi con gameplay emergente, però grossomodo credo che chi si affaccia alla finestra vede o Mario che completa livelli lineari 2D, o le cinematiche da film di roba come Uncharted. O delle arene dove combattere all’infinito. Ma anche andando indietro, i giochi sono sempre apparsi ad una prima (ma anche seconda e terza) analisi, più strutturati. Non si tratta di fare quello che vuoi, ma avere strumenti da sfruttare per risolvere problemi specifici.

Questo almeno è la mia proiezione sulla questione. Con tweet successivi Calenda purtroppo sembra chiarire la sua posizione, andando a definire come esperienza “vera” il Monopoli. Qualcuno dovrebbe mostrargli un attimo cosa non è Civilization o i numerosi giochi da tavolo trasposti in digitale. Certo, i giochi da tavolo fisici sono più pratici per incontri di famiglia ed un’esperienza più a 360°, quello non lo metto in dubbio.

Profondo vs Largo

Però, quello che secondo me è il punto centrale del suo discorso, è proprio il punto finale: “sviluppare il ragionamento“. Perché non è la prima volta che me lo sento dire. Mio padre aveva un’idea simile. Che i giochi, ma un po’ tutto l’internet a dire il vero, mi faceva ragionare male. Ma ci siamo confrontati a lungo e siamo arrivati entrambi ad una conclusione, che probabilmente l’ex ministro non ha ancora afferrato, perché non ha ancora affrontato con i suoi figli probabilmente. Noi della generazione “rovinata” ragioniamo in modo diverso, non necessariamente male.

Fino a prima dell’esistenza dell’internet diffuso, c’era una maggiore attenzione alla capacità di concentrarsi su una singola cosa. Di saper andare a fondo e trovare tutte le sfaccettature, ma forse a discapito del resto. Mio padre è un consulente aziendale in campo legale.

Diversi media permettono diversi livelli di approfondimento. “Il libro è meglio” i puristi lo vanno a dire da sempre

Il che vuol dire avere a che fare con l’enorme ecosistema che è la legislatura italiana. Studiare a fondo libri e libri di codici, cavilli e controcavilli, sapere come interagiscono, rimanere aggiornati su tutti i cambi fatti dai vari governi. E farlo a mente. Saper ridurre i tempi di ricerca sui libri al minimo, avere la risposta a tutto velocemente è essenziale per essere un buon professionista. Calenda ha fatto giurisprudenza. Stessa mentalità di fondo. Una grande parte del proprio cervello è dato alla capacità di immagazzinare i dati, oltre che all’elaborarlo. Io no. Io qualsiasi cosa non ricordi, ho Wikipedia a pochi click di distanza, sempre con me. Tutto spazio libero, pronto a riempirsi di cosa futile.

“Google Fu”

Normale che per chi è abituato al vecchio modo di fare, sembriamo rotti, inutili. Siamo svogliati nel memorizzare ed approfondire perché possiamo sempre farlo quando serve veramente senza grossi limiti. Ed i libri, il leggere, si sposa molto con la vecchia idea di cosa è giusto. Leggere aiuta a concentrarsi, stimola la capacità di attenzione e l’immaginazione. Per questo si tende a collegare le due cose di analfabetismo con l’incapacità di ragionare secondo quei canoni. Però il costante bombardamento di informazioni dai social media e gestione di attività semplici in contemporanea, dà un enorme vantaggio in multitasking alla mia generazione e successive. Risolvere il puzzle di battaglia di uno sparatutto in prima persona vuol dire avere capacità di discernere in modo rapido, efficiente ed efficace una tra mille soluzioni, ma mai considerarla l’unica strada e continuare ad iterare su di essa.

Si lavora con feedback loop negativi multipli, su più livelli e che si informano tra di loro a velocità elevate. Anche in giochi più lenti, come i gestionali, ciò che viene chiesto non è mai sapere a memoria cosa fare, ma saper pianificare le proprie mosse per un numero elevato di turni in base alle proprie risorse, pur rimanendo flessibili agli imprevisti. Capacità che un politico dovrebbe avere ben chiare visto il lavoro che svolge. Questo mi ricorda molto alcuni esami che ho dato, dove si poteva vedere la diversa impostazione di pensiero.

Alcuni erano infinite domande di nozionistica, imparate per superare la prova e velocemente dimenticate. In altri esami potevo usare ogni formulario che volevo. In fondo, diceva il professore, posso avere davanti a me tutte le formule del mondo, se non so cosa fanno, sono inutili. Ed è il sapere cosa farci che serve. E si fa interagendo.

Il mondo sta cambiando

Quindi, sbaglia del tutto Calenda? No, secondo me no. Credere che i videogiochi creino isolazionismo a priori, quando esistono gli eSport ed i giochi online basati sul creare forti comunità, in un mondo globalizzato, vuol dire avere le idee poco chiare, senza ombra di dubbio. Però le arti non puramente letterarie ora occupano la maggior parte del nostro tempo libero, richiedendo di “saper leggere” sempre meno. I videogiochi sono più guidati ed ingabbiano invece di lasciare liberi. Ed il nostro modo di ragionare e gestire il mondo è mutato.

Il problema è che non tutto il mondo si è evoluto insieme, quindi risultiamo poco idonei secondo i canoni più antiquati, ma a mio avviso è molto difficile stabilire quale delle due metodologie è oggettivamente superiore.

Quindi, nella sua visione forse fuori tempo, qualche problema nella crepa lo becca. C’è però un messaggio di chiusura. Il “non entreranno in casa mia“. Indica il voler vedere solo i lati negativi e non quelli potenzialmente positivi. Una posizione del genere non la si modifica attaccandola e basta, è deleterio a mio avviso. Lo si fa mostrando la vera offerta, condividendo idee e le cose buone che possono portare. Attenzione a portare come argomento quello della diffusione dei videogiochi. Il fatto che il mercato fatturi più di quello della musica e del cinema messo insieme. Ricordiamo che tra i due mercati più grossi del pianeta ci sono quelli del tabacco e delle armi. Il solo fatto che una cosa sia grossa e diffusa, non ne implica la moralità assoluta. Non concentratevi sulla mole, ma sugli esempi singoli.