Owlboy – Recensione

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Genere: Action Adventure
Multiplayer: no
Lingua/e: Italiano

È un aereo, è un uccello, è… un ragazzo gufo?

Mi piace immaginare i D-pad studios come un gruppo di amici, accomunati dalla passione per i giochi di una volta, che nel 2007 hanno deciso di creare un videogioco portentoso, fatto in pixel art, in grado di creare intorno a sé un vero e proprio movimento ludoculturale grazie al quale sarebbero nati un sacco di giochi indie, ognuno con il proprio stile ma con un cuore retro come comune denominatore. Lo avrebbero chiamato Owlboy, e avrebbe richiesto così tanto lavoro e dedizione, che dopo averlo mostrato al mondo nel 2007, avrebbero messo le mani avanti annunciando un lungo tempo di sviluppo. Quanto lungo? Tanto quanto basta affinché i cinque elementi del team potessero dirsi soddisfatti del risultato. “Solo” nove anni.

Owlboy è poi uscito nel 2016, ed è effettivamente quel capolavoro che quei ragazzi hanno promesso al mondo. Nove anni nel settore dei videogiochi però sono un’eternità (per darvi un’idea, tra Ocarina of Time e Twilight Princess ne sono passati otto) e Owlboy ha perso il treno. Quel polo culturale lo abbiamo avuto lo stesso, grazie a titoli come Fez, Super Meat Boy, Braid, Machinarium, the Binding of Isaac (e altri), e la gente inizia a essere un po’ stufa della pixel art. O almeno, questo è il luogo comune che si sente in giro, più probabilmente la gente è stufa di una certa pixel art, quella usata con troppa faciloneria da chi vuole ma non può o, ancora peggio, da chi può ma non vuole.

Meglio non scoprirlo…

In questi nove lunghi anni la data d’uscita è slittata più volte, e ogni aspetto del gioco è stato costruito, masticato, sputato, rifatto, affinato, accantonato, trasformato, tanto che quello che giocherete è solo la punta dell’iceberg. E lavorando sotto lo stesso tetto, messo generosamente a disposizione dai genitori di uno di loro, per così tanto tempo anche le loro vite sono cambiate, tra chi ha rinunciato a un lavoro in una software house tripla A e chi ha lottato con i demoni della depressione e si è sposato.

Un Owlboy è una creatura strana, sia come gioco che come personaggio. Otus è infatti un ragazzo gufo (dal titolo era prevedibile) che in quanto tale è insignito dell’onere di proteggere gli abitanti di Vellie (e delle altre sparute isole sospese che formano il mondo) sotto la guida di Asio, un mentore così severo che potrebbe essere assunto con facilità in un asilo italiano. Nessuno sembra avere cura di Otus, che viene bistrattato anche dagli stessi cittadini che sta imparando a difendere dai pirati volanti. Otus è anche muto, maldestro e forse soffre del tipico calo di autostima di chi viene bullizzato, cosa che ci spinge a empatizzare con lui sin dal primo istante, e vorremmo quasi entrare nello schermo e rispondere in sua vece alle accuse ingiuste di cui è vittima. Otus è senza difese anche in termini di gameplay, dato che può soltanto volare ed effettuare qualche inoffensiva giravolta. Per fortuna può contare su alcuni amici che, portati in volo, lo dotano di attacco a distanza.

L’amore per Nintendo è percepibile a pelle

Qui arriva la stranezza di Owlboy in quanto gioco, difficilmente incasellabile in un genere, se non un generico “d’esplorazione”. È un platform, certo, ma il volo esula il bisogno di precisione nei salti tipico del genere. È un potenziale metroidvania, dato che le armi degli amici sono potenziabili, ma questi upgrade sono più utili che necessari e non essendoci backtracking lo svolgimento è lineare. A voler cercare un gioco con un feeling “simile”, si potrebbe nominare Demon’s Crest, il bellissimo spin-off della saga di Ghosts’n’Goblins di era 16 bit (sempre gloria a Tokuro Fujiwara).

Senza ovviamente quella difficoltà per i bambini sciroccati anni’90. Anzi la difficoltà di Owlboy è decisamente tarata verso il basso con dei picchi in particolari attimi dal gusto trial & error, piuttosto che nelle boss fight. Gli enigmi, squisitamente ambientali, invece si mantengono su un piano standard di progettazione ben eseguita, non particolarmente cerebrali ma gustosi.

Visivamente splendido dall’inizio alla fine

Devo scusarmi se non entro nello specifico di personaggi e situazioni, ma il mio intento è quello di non rovinare nulla delle circa 8 ore di gioco necessarie al completamento di un’avventura dai picchi emozionali elevatissimi. Seppur la storia possa peccare di originalità, i rapporti tra i comprimari sanno premere le corde giuste per far ridere e commuovere chi gioca. In questo, la stesura del lore, dei dialoghi e delle musiche sono specificatamente studiate per emozionare, quasi i ragazzi di D-Pad Studios avessero trovato la formula chimica per toccare l’anima. Le musiche sono composizioni orchestrali ariose e ispiranti tra le migliori che possiate mai ascoltare in un videogioco, e Jonathan Geer è un nome che dovreste appuntarvi nella lista dei vostri compositori di ost preferiti. Cliccare per credere.


Owlboy è nato con il preciso intento di riportare in auge la pixel art nata dell’altissima scuola di game design giapponese di un tempo, chi lo ha sviluppato ha coniato il termine “hi-bit” per definire questa “nuova” pixel art, che è rispettosa della filosofia della suddetta scuola, ma si dota di hardware, tools ed espedienti attuali, e la stessa cosa può dirsi del comparto sonoro e della struttura: tutto è all’insegna della scorrevolezza, con una narrazione fluida e intelligente, che integra alle varie fasi di gioco piccole sequenze dialogate, e con una particolare attenzione al bilanciamento delle varie sezioni, che durano il giusto senza scadere nella noiosa ripetitività, e alternano fasi action ad altre più riflessive comprendendo anche sezioni stealth. Tutto sommato il cast di personaggi, tra amici e nemici, non è ampissimo, ma ben variegato, con pattern di attacco ben specifici che scacciano lo spettro della monotonia.

L’emporio di Buccanary, con i suoi fidi Boguin

Con tutte queste affermazioni entusiaste probabilmente vi aspettereste un voto più alto, perché è questo che siamo abituati a fare: quantificare le emozioni e attribuire loro una specifica posizione in una qualsiasi classifica. Sopra ho scritto che Owlboy ha perso il treno. Ed è vero, se questo gioco fosse uscito nel periodo del boom degli indie avrebbe avuto tutt’altro impatto nel settore. Probabilmente è stato un bene che D-Pad Studios abbia smussato tutti gli angoli della sua creatura, preferendo puntare a rendere perfetti pochi elementi piuttosto che correre il rischio di creare un mappazzone, ma il risultato è stato giocato troppo sul sicuro, senza introdurre elementi davvero nuovi alla formula gioco e privando i giocatori di un mondo che forse sarebbe stato ancora più interessante.

Owlboy pur reiterando meccaniche già viste, ha quantomeno la furbizia di pescare elementi di gameplay dal calderone del poco ordinario, offrendo quella sensazione di freschezza tipica di qualcosa di nuovo proprio perché per la maggior parte dei giocatori lo sarà, dovendosi destreggiare con il volo e la necessità di switchare e mirare con i vari amici di Otus, anziché semplicemente balzare da una piattaforma alla prossima, come in tanti indie ben più derivativi.

Mi sa che qui dovrò tornare dopo

La forza di Owlboy risiede, oltre che nella sua perfezione formale, nei suoi personaggi e in quei momenti toccanti degni di essere vissuti, tratteggiando un racconto forse poco originale in certi suoi elementi e troppo lineare, che potrebbe avere più presa sugli adolescenti che su adulti navigati, soprattutto se questi ultimi preferiscono il mondo attuale del gaming, quello fatto da megaproduzioni tripla A dall’abbiocco facile (lo so, sono antipatico a volte, tipo spesso o sempre). Da segnalare inoltre che la versione Switch non è stabilissima e durante la prova mi sono imbattuto sporadicamente in crash e rallentamenti scandalosi, in special modo di fronte ad alcuni boss. Ho qualche riserva anche su certe fasi di gioco che, senza spoilerare troppo, si svolgono al buio, privandoci della delizia visiva messa in piedi da Simon Stafsnes Andersen.

Anche al netto di queste perplessità, Owlboy è un passo fondamentale per ogni giocatore, e il consiglio è quello di goderselo in modalità portatile, dopo essersi dotati di cuffie e lasciarsi trasportare sulle onde dell’emotività, senza essere troppo musoni critici imbarazzanti come il sottoscritto.

Giocato con passione fino alla fine, con un po’ di margine per il recupero degli ultimi collezionabili
Pro: Owlboy è pazzesco: non innova, ma la sua formula è specificatamente studiata per emozionare e divertire e ci riesce fino alla fine. I valori di produzione sono altissimi e il flow è gradevole per quasi tutta l’avventura
Contro: Il porting presenta qualche incertezza di troppo, bisogna un po’ abituarsi ai controlli, ma ci si mette poco
8.5

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