Ho frainteso Stardew Valley. Forse.

Condividi l'articolo

Condividi su facebook
Condividi su linkedin
Condividi su twitter
Condividi su email

Capitalismo a impatto zero. Possibile?

Siccome le recensioni in NintendOn ci hanno anche un po’ stufato oggi parliamo di quel bellissimo gioco che è Stardew Valley.

Ho iniziato Stardew Valley trepidante la sera della pubblicazione sul Nintendo eShop per scoprire che cosa fosse quel titolo indie di cui da mesi si parla nei meandri delle community di chi gioca con il PC: “È Harvest Moon!” Gridano dai lidi più lontani! “C’è anche un po’ di Animal Crossing!” Urlano dai monti laggiù! “È meglio di Arms!”, urla Timo sulla chat di NintendOn.



Ho macinato le mia prima stagione di gioco, una decina di ore, cercando di massimizzare il mio raccolto primaverile ed estivo. I giorni li ho trascorsi a correre, letteralmente, tra la mia fattoria in 16 bit, la piccola Pellican Town, la sua spiaggia e la sua miniera alla ricerca di coralli e minerali da rivendere, bronzo e argento da trasformare in irrigatori automatici per cercare di estendere la mia fattoria.

Ho schiavizzato, letteralmente, colonie intere di api per produrre una manciata di miele e dilaniato aceri in forze per estrarre quel nettare divino che è lo sciroppo d’acero. Tutto in nome del dio denaro. Una furia che passava le mattine a innaffiare le sue piante e i pomeriggi a forgiare metalli.

La prima festa primaverile, la Flower Dance, si è manifestata con tutta la sua forza nel rifiuto, convinto e deciso, di tutti coloro che ho cercato di invitare al ballo: che cosa stupida, cosa devo fare per ottenere il favore di uno degli abitanti di Pellican Town? Sono il contadino più ricco della contea, ho una fattoria da fare invidia e mia madre ha anche letto un’articolo sulla mia tenuta sulla rivista “Molluschi e Trattori”, mi ha anche mandato dei biscotti per congratularsi.

Ma poi, sul calare dell’estate, alla festa di Luau, ho capito che Stardew Valley un po’ l’ho frainteso.

Quando il governatore della contea si è recato in visita alla cittadina per porgere i suoi saluti e assaggiare la tipica zuppa che viene preparata in occasione della festa di Luau, quando delle luminose meduse raggiungono la spiaggia di Pellican Town, non avevo niente da condividere con lui e con i miei commensali. La gocciolina di stupore e tristezza che è spuntata sulla sua fronte e quella frase, scolpita nel mio cuore: “Questa zuppa è sciapa, è come se qualcuno si fosse dimenticato di aggiungere il suo ingrediente”. Quel qualcuno ero io.

Preso dalle regole rigide del gaming moderno, che si destreggia tra Loot Box e microstransazioni, mi ero dimenticato che Stardew Valley è un gioco che non va vissuto per raggiungere degli obiettivi cupi e materiali come una fattoria grande, efficiente e produttiva. Stardew Valley è un gioco dove l’importante è far felici i cittadini di Pellican Town, condividere con loro il frutto del proprio lavoro e salvare i più bisognosi dalla miseria portando loro un dono ogni giorno.

Godersi la vita in un videogioco… si può?

Stardew Valley mi ha insegnato che non è importante quanti soldi guadagni vendendo ogni singolo frutto del raccolto, ma che è con chi lo condividi quello che conta. Forse.

Dopo aver rimuginato un po’ sulla questione in una piovosa giornata di fine estate, e nella notte tra lunedì e martedì, nella prima giornata di autunno, mi sono fiondato da Pierre per comprare 20 unità di ogni tipo di seme disponibile ed estendere il mio impero ortofrutticolo basato su melanzane, uva e zucche innaffiato automaticamente da spruzzini di bronzo e argento, alla faccia di quegli sfigati di Pellican Town che elemosinano il mio raccolto.

“Non è dalla  benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci  aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro personale  interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo, e  parliamo dei loro vantaggi, e mai delle loro necessità”

Potrebbero interessarti

No more posts to show