Più di quindici anni sono passati da quando noi occidentali abbiamo potuto incollare gli occhi sulle ingenti linee di dialogo dell’avvocato con la capigliatura più estrema mai esistita. Qualche giocatore in questo lasso di tempo è cresciuto e adesso va all’università, qualcuno ha finito l’università, qualcuno ha trovato lavoro, più di qualcuno l’avrà perso, per non parlare poi dei mutamenti del corpo, dai primi peli sul petto, ai primi capelli bianchi. I personaggi dei videogiochi, al contrario di noi, non sono costretti all’invecchiamento. I protagonisti di Ace Attorney invece crescono eccome, vivono esperienze che li fortificano, mentre il loro aspetto diventa più maturo. Il fan di questa saga ha il privilegio di crescere insieme a personaggi sempre ben scritti e carismatici. Ace Attorney è una di quelle saghe che rimane fedele a tanti paradigmi ludici ma si evolve costantemente.
Ogni nuovo episodio è la continuazione di una storia appassionante in costante miglioramento e il punto di partenza ideale, perché più attuale, per un neofita. Al contempo, e questo vale per ogni episodio, l’appassionato di lunga data è quello col sorriso più grande, quello che sa cogliere ogni strizzatina d’occhio e riferimento a fatti già avvenuti nei capitoli precedenti. Ace Attorney 6: Spirit of Justice riprende il filo del discorso e si colloca due anni dopo le vicende avvenute in Ace Attorney 5: Dual Destinies. Phoenix Wright è in volo verso il Regno di Khura’in per incontrare Maya Fey, dopo un lungo addestramento spirituale che li ha tenuti separati per tanto tempo. Il tanto atteso incontro dovrà attendere perché poco dopo aver messo piede in questa fittizia nazione dai tratti di ispirazione indiana si ritroverà in tribunale a difendere la sua giovane guida turistica Ahlbi Ur Gaid (sì, spesso anche i nomi dei personaggi sono ilari giochi linguistici).

Il Regno di Khura’in però non è la nazione ideale in cui vivere per un avvocato difensore. Questo perché una legge emanata ben ventitre anni prima decreta la condanna a morte per l’avvocato difensore se il proprio cliente viene riconosciuto colpevole, di conseguenza non solo è il mestiere meno ambito, ma calamita anche l’odio della popolazione. Questa legge scellerata ha creato un clima malato, non solo nel sistema giudiziario ma anche nelle credenze popolari: gli avvocati difensori sono considerati esseri abietti e criminali, pronti a falsificare ogni prova pur di vincere. Difesa o accusa, i casi vengono giudicati soprattutto grazie a una danza divinatoria, eseguita da Rayfa Padma Khura’in, l’adolescente principessa-sacerdotessa di Khura’in, grazie alla quale potremo assistere agli ultimi istanti di vita della vittima, riflessi sull’acqua di una vasca circolare al centro del tribunale.
Ace Attorney si muove tra tradizione e innovazione in maniera felpata, cercando di perfezionare meccaniche tipiche del genere visual novel di cui è uno dei massimi esponenti. Il contesto peculiare dei dibattimenti forensi e delle indagini preliminari, insieme al già citato collettivo di personaggi memorabili, danno vita a situazioni paradossali e a casi venati di surrealismo e comicità nonsense a creare un’insieme di tratti peculiari amati dai fan e distintivi della serie. I difetti storici sono ormai assimilati nel dna di ogni iterazione e questo nuovo episodio non differisce: i casi sono sempre più lunghi, i dialoghi più prolissi e a volte pieni di flashback evitabili perché rimandano a un caso chiuso da poco (ma non inutili ai sensi della narrazione). Dal lato gameplay invece alle volte viene richiesta fin troppa precisione nella presentazione delle prove o nell’indicazione della contraddizione nella dichiarazione del teste. Dalla somma di questi ingredienti, sopportati per la profondità dell’esperienza, scaturisce una pesantezza di fondo, presente sì in ogni gioco, ma anche più grave capitolo dopo capitolo.

Gli sviluppatori hanno cercato di snellire il più possibile le dinamiche più fastidiose, un lavoro certosino di cui il giocatore più smaliziato non si sarà nemmeno reso conto, ma che ha contribuito a mantenere intatta la serie ad oggi. Il perfezionamento di Phoenix Wright si evince fin dalle prime battute, quando i tutorial vengono suggeriti, anziché imposti, e una lista di “cose ancora da fare” viene resa disponibile, più che utile una necessità aggiunta però solo in quest’ultima occasione. Restare bloccati è sempre più difficile, grazie alla consultazione con il proprio partner, attiva dopo un tot di sbagli (e disattivabile in qualsiasi momento dal menù), e che suggerisce quale frase della deposizione bisogna smontare presentando una prova che la contraddice, e la caccia al pixel è meno noiosa perché una spunta sull’indicatore ci segnala quali oggetti abbiamo già esaminato, mentre un cerchio ci indica la presenza di un oggetto potenzialmente interessante.
Con tutte queste millimetriche aggiunte, il gioco è più fluido e forse le fasi forensi sono state facilitate un po’ troppo. Di contro, l’aggiunta delle visioni di Rayfa da analizzare bilanciano la difficoltà, rivelandosi meno immediate e più cerebrali, ma assolutamente in tono con tutto quello che gli sviluppatori ci hanno proposto in questi anni, tanto che se dovessimo paragonare la collezione di meccaniche di quest’ultimo Ace Attorney al mondo musicale potremmo parlare della classica raccolta di brani di successo che comprende anche quel brano inedito, subito hit nelle radio. E i grandi successi ci sono tutti: dai lucchetti psicologici di Maya Fey, al bracciale rileva-tic di Apollo Justice, dagli attrezzi del mestiere di Ema Skye, indispensabili durante le indagini, al Mood Matrix con il quale analizzare gli stati d’animi dei testimoni di Athena Cykes, passando per i quiz di deduzione.

Quindi anche per questa volta, niente rivoluzione, ma con un gameplay così oliato e vicino alla perfezione, si può veramente parlare di difetto? Questo dipende da cosa vi aspettate, e se siete fan storici probabilmente quello che sta più a cuore è tutto ciò che riguarda la scrittura: lo svolgimento della trama, la crescita dei personaggi, un pathos sempre crescente e tanti colpi di scena. Da questo punto di vista Spirit of Justice non solo non delude, ma sorprende. Ogni personalità è approfondita e in continua evoluzione, i casi (ad eccezione del quarto) si incastrano, le tematiche sono sempre più complesse e mature, i picchi emotivi sono altissimi, tra i più alti mai raggiunti, e il tutto esplode in un ultimo caso che trabocca di colpi di scena sensazionali e che è il perfetto culmine di una storia intricata, divertente, dolorosa. Mentre i personaggi storici si arricchiscono di piccole e grandi sfumature, quelli nuovi rischiano di minare le vostre certezze riguardo al pantheon di personaggi preferiti e vostra madre penserà che siate preda dell’isteria, quando vi vedrà coinvolti nei momenti spassosi e feriti dal dramma, in pieno possesso delle vostre facoltà mentali ma fragili e tesi come una corda di chitarra usurata.
Penserete che stia esagerando, ma gli sceneggiatori hanno alzato la posta in gioco, che nel Regno di Khura’in è la vostra vita. Certo, sapete già che non morirete, che non si fa fuori così facilmente un personaggio amato dai veterani come Phoenix Wright o accolto a piene mani dalla nuova utenza come Apollo Justice, ma nondimeno la possibilità che qualcosa possa andare storto vi metterà una tensione che spesso in una visual novel viene soffusa dalla mole di dialoghi. Siamo davanti a un gigante dell’intrattenimento: una commedia drammatica con tematiche adulte, con una morale dietro, in grado di elargire quel grado di soddisfazione che fa apprezzare di esser vivi e godere degli affetti e delle cose.

La cornice di questo collettivo di emotività è una sinergia di tecnica e stile affinata nel tempo: character design espressivo (e non poteva essere altrimenti), animazioni di alta qualità, sfondi molto dettagliati, sequenze animate curate, brani già noti riarrangiati e nuovi molto orecchiabili, un 3D mai fastidioso e che valorizza una visuale vibrante e ricca, 60 fps. A sporcare un giudizio, altrimenti da standing ovation, una mancanza di coerenza qualitativa tra i cinque casi. Il secondo caso è troppo lungo e le sue fasi investigative un po’ legnose, mentre il quarto caso è l’anello debole, scollegato dal resto della trama e trascurabile, seppur divertente. Inoltre dura anche poco, una vera e propria eccezione tra i “quarti casi” dei vari episodi, si può giustificare questa scelta pensando a posteriori che il quinto caso è uno dei più lunghi e intensi mai realizzati, ed il quarto caso effettivamente distende i nervi con toni più leggeri e personaggi simpatici. Tuttavia non si può fare a meno di pensare che non vi ricorderete il gioco per quei personaggi, se mai vi ricorderete di quei personaggi addirittura. Inoltre la mancanza di localizzazione (e per alcuni anche la mancanza di una edizione retail che giustifichi ancora di più il prezzo di 29,99€) è un macigno pesante, per un gioco che non solo fa uso di testi in abbondanza, ma che si concede spesso sfumature linguistiche, neologismi e calembour. In luce del fatto che la prima trilogia non si batte per personaggi e situazioni e che su Nintendo DS è localizzata in italiano verrebbe più naturale consigliare ai neofiti un tuffo nel passato. D’altro canto sono giochi sicuramente più macchinosi di quest’ultima iterazione e se la barriera linguistica e il quantitativo di testo non vi scalfiscono non c’è motivo di ignorare uno dei più bei giochi nella libreria del 3DS.


























































