In una situazione di mercato software affollata come quella attuale, con decine e decine di titoli affastellati su scaffali virtuali e non, un gioco deve in qualche modo riuscire a farsi notare dagli utenti: grazie ad una produzione pomposa da tripla A, in virtù di personaggi particolarmente carismatici, oppure reinventando in maniera originale alcuni meccanismi classici di un dato genere. Ci sono poi titoli che, pur ben realizzati e godibili, non riescono a raggiungere vette di eccellenza in nessun campo, venendo inesorabilmente inghiottiti nella pletora di alternative a disposizione del giocatore. Asdivine Hearts fa proprio parte di quest’ultima categoria: un gioco ben confezionato e realizzato che però riesce ad attirare con difficoltà l’attenzione del giocatore e, quand’anche riuscisse a farlo, svanisce dalla memoria in maniera rapida e silenziosa, vittima dell’esasperata aderenza ai canoni degli RPG e dell’incapacità di stupire il videogiocatore.

Il primo impatto con Asdivine Hearts non è comunque malvagio, anzi: la visuale a volo d’uccello e le tinte colorate e vivaci riportano subito in mente la gloriosa epoca 16-bit e nonostante la versione Wii U sia un porting di quella uscita su dispositivi mobile, il colpo d’occhio generale, pur con tutti i limiti del caso, è gradevole. L’incipit del gioco, in medias res, ci catapulta subito nei panni del giovane Zack che, insieme all’amica Stella, viene rapidamente trascinato in un vortice di avvenimenti che lo porterà a dover salvare Asdivine dalla distruzione.

Come tutti gli RPG che si rispettino, la trama qui gioca un ruolo centrale e, sotto questo aspetto, la narrazione fila liscia, pur senza sussulti particolari. Zack e Stella, cui si uniranno altri personaggi nel corso della storia, sono discretamente tratteggiati, ma lo showrunner del gioco è decisamente il gatto Felix che, ben presto posseduto (per errore) dalla Divinità della Luce, punteggia costantemente i dialoghi di battute, arguzie e spiritosaggini varie. Ecco, i dialoghi: preparatevi a leggere una quantità di righe di testo esagerata. Oltre a non essere parlati ed essere completamente in inglese, i dialoghi performati dai personaggi saranno infatti tantissimi, spesso trasformandosi in chiacchiericcio fine a sé stesso che porterà il limite della noia ad essere sforato in più di un’occasione: scambi di battute più snelli avrebbero giovato maggiormente al ritmo di gioco che invece risulterà in più punti alquanto appesantito.

Le meccaniche di gioco rispecchiano tutto quello che ci si aspetta da un RPG: incontri casuali sulla mappa (!!), statistiche dei personaggi, armi, armature e magie da utilizzare in battaglia e un sistema di combattimento a turni che risulterà estremamente familiare a chiunque ne abbia provato almeno una volta uno simile. Sotto il profilo strategico è interessante il fatto che il posizionamento dei vari membri del party su un’ideale griglia di 3×3 influenzi l’andamento delle battaglie: così chi è in retroguardia subisce meno danno fisico e può occuparsi da dare supporto agli alleati, mentre gli attacchi dalla prima linea sono più efficaci. Oltre a questo, un altro importante strumento da utilizzare con cura è il Rubix, una sorta di contenitore dove, per ogni personaggio è possibile incastrare in Tetris-style dei gioielli.

Nel corso del gioco è possibile recuperare tali gioielli sconfiggendo mostri o in forzieri del tesoro sparsi per il mondo e ognuno di essi fornirà un incremento a una determinata statistica o caratteristica del personaggi. Incastrare più gioielli possibile nel Rubix e trovare pietre rare saranno quindi due compiti da eseguire con attenzione e che potranno essere d’aiuto soprattutto nelle boss battle più impegnative.
La longevità è buona e per 9,99 € potrete assicurarvi una quindicina di ore di gioco anche piuttosto gradevoli: le missioni secondarie sono parecchie e dovete mettere in conto un pochino di tempo dedicato a farmare il party per le battaglie più impegnative.

I quattro livelli di difficoltà presenti dovrebbero infine garantire un livello di sfida adeguato a tutti i palati. Le uniche critiche circostanziate che mi sento di muovere al titolo sono dunque un sistema di controllo che spesso fa le bizze (a volte lo stick direzionale sembra non prendere l’input corretto e il personaggio si muove un po’ come vuole) e la mancata localizzazione italiana che potrebbe scoraggiare i meno avvezzi alla lingua albionica. A livello più generale, come già sottolineato in apertura di recensione, Asdivine Hearts manca un po’ di personalità e di mordente. Nel suo piccolo si difende anche in maniera discreta, ma, per rendere l’idea, è come mangiare un piatto ben cucinato ma che alla fin fine risulta un po’ sciapo e non riesce a solleticare a dovere le papille gustative: magari lo si mangia tutto ma è difficile che se ne chieda il bis. Lo stesso succede con Asdivine Hearts, un titolo pur discreto ma che fatica a ritagliarsi un ruolo nella moltitudine di giochi disponibili attualmente sul mercato. Se siete fan accaniti del genere dovreste comunque dargli una possibilità, se non siete convintissimi potreste rimanerne poco soddisfatti.