Never Alone – Kisima Ingitchuna – Recensione

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Genere: Platform
Multiplayer: 2 (offline)
Lingua/e: Italiano (testi), Iñupiat (doppiaggio)

Il videogioco come lo conosciamo oggi è fatto di molteplici aspetti, che vanno oltre meri tecnicismi, che includono trama, emozioni, direzione artistica e spaziano in più settori collaterali possibili.

Never Alone – Kisima Ingitchuna è la scommessa di un piccolo team dell’Alaska, Upper One Games, e il loro publisher, E-Line Media. Successivamente a un interessamento per Wii U, di cui fecero menzione nell’intervista concessaci, giunge ora su eShop il porting, con qualche aggiunta.

Tratto dalla tradizione Iñupiat, mescolante le storie orali dei narratori delle lande dell’Alaska, Never Alone – Kisima Ingitchuna non è un semplice gioco, è un’esperienza alla scoperta dell’alterità, di ciò che è diverso, nella maggioranza dei casi, al vivere comune. Grazie a una narrazione in lingua originale, Iñupiat, con sottotitoli non invadenti, vestiamo il cappottone pesante di Nuna e il caldo pelo della volpe artica per affrontare un turbolento ritorno a casa.

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Nel corso dell’avventura non solo ci immergeremo in un platform dall’atmosfera coinvolgente, ma anche in racconti video di tutti i giorni dell’etnia Iñupiat, sbloccabili solo se riusciremo a trovare i 24 gufi sparsi nei vari livelli. A ciò si aggiungono delle preziosissime foto dello Smithsonian, dal dipartimento di Antropologia, di oggetti d’uso più o meno comune nella tradizione Iñupiat: da occhiali da neve a pettini, passando per abiti e molto altro, il tutto corredato da una descrizione dettagliata.

Dal punto di vista tecnico il gioco non eccelle, ma grazie a una direzione artistica che rende il freddo, la solitudine e la bufera nevosa con sapienza, si presenta gradevole. Il gameplay ci permette di alternare Nuna e la volpe in sezioni di platform in cui un personaggio seguirà l’altro, enigmi ambientali e corse in preda all’ansia mentre ci raggiunge un orso polare, per dire.

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Per quanto riguarda i controlli sono sufficientemente responsivi e le animazioni moderatamente fluide, anche se ogni tanto è presente qualche glitch che talvolta vi porterà a ripetere qualche breve sezione, potremo saltare, spingere casse, appenderci, rompere stalagmiti e stalattiti con le nostre fidate bolas e utilizzare i poteri degli spiriti tramite la volpe artica.

La sensazione di misticismo del gioco è fortissima, con un design che esprime senza scendere a compromessi l’arte degli Iñupiat, siamo di fronte ad un amorevole esperimento di videogioco utilizzato come mezzo di comunicazione, come metodo conoscitivo, come rappresentazione della culturalità oltre all’interpretazione personale del game design.

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Certamente ha i suoi difetti, certamente non è il gioco dell’anno, certamente gli enigmi non sono complessi e la difficoltà è bassa, certamente non dura moltissimo e certamente non piacerà a tutti e costa 15 euro, ma il fascino di scoprire i fantasmi dell’aurora boreale e perché ciò che vediamo nel gioco è lì, perché c’è quell’immaginario tra gli Iñupiat, perché le bolas, il ghiaccio spesso e la bufera non sono semplici nomi ma oggetti e fenomeni rappresentativi di un vissuto che condiziona la vita di un popolo che è riuscito ad adattarsi all’inospitalità e vedeva nei caribù non solo un sostentamento nutritivo.

È difficile spiegare perché ritengo questo gioco importante, al di là degli oggettivi difetti, ma ciò che riesce a trasmettere, e i premi ricevuti proprio per questi aspetti lo testimoniano, lo rende uno di quei titoli che per chi ha la giusta sensibilità, curiosità e voglia di scoprire è meritevole d’esser giocato tutto d’un fiato.

6.6

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