Bayonetta e il sessismo

First 4 Figures di Bayonetta

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Bayonetta, e seguito, sono giochi “sessisti”? Questo è un interrogativo che precede non solo una recensione affrontata con misura, discernimento e comprensione del prodotto che si ha di fronte, ma che racchiude moltissime reazioni sociali legate ad un personaggio quantomai incompreso.

Bayonetta non nasce con un intento prostitutivo, non nasce con l’idea di mettere in mostra un corpo sessualizzato in un gioco, nasce con l’idea di estremizzare una sessualità che non va vissuta come malevola, maligna e cattiva, e lo fa andando oltre il limite, caratterizzando forme e concetti superando la realtà.

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Non propone un modello consentito di sessualità, ne propone uno effettivamente al di sopra della media per evidenziare quanto la sessualità femminile venga vissuta in maniera sbagliata, ovvero la teoria della troiofobia, in cui, ironicamente, ma anzi a confermare forse, moltissime persone sono cadute con Bayonetta.

Per troiofobia si intende quell’atteggiamento accusatorio e d’insulti verso qualsiasi donna sessualmente attiva e non castigata ad una vita di paura e remissione dei normali e sacrosanti desideri; atteggiamento costantemente visibile e mai utilizzato per il genere maschile. Lungi da me fare discorsi scontati, ma l’accettazione di Bayonetta, e la sua comprensione, passano attraverso una misconcezione sociale della sessualità femminile.

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Bayonetta è volutamente sopra le righe, così tanto da perdere ogni attrattiva, le sue forme irreali, la sua verve catartica per far capire quanto in realtà sia normale per una donna esprimere la propria attività sessuale, come è normale per un uomo.

Cosa è successo però? Che Bayonetta, invece di essere compresa, per la maggior parte delle volte viene tacciata con attributi come “troia” “zoccola” e simili, per il timore che un’attività sessuale espressa da una donna si esprima. La mancanza di forza e controllo nei confronti del corpo e mente di un genere viene ripreso attraverso uno strumento denigratorio piuttosto che concedere il diritto, doveroso, di parità in un contesto in cui anche nel videoludo un genere esprime la propria sessualità in un modo e viene premiato o comunque mai accusato con simile discriminazione, e un altro decisamente no.

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Di conseguenza Bayonetta ha il duplice compito e fardello di portare con sé un’ipersessualizzazione del ridicolo portata all’irrealtà delle forme, a provocare un sentimento di ilarità piuttosto che di attrazione, ma in questo fallisce per una società non pronta a comprendere come una tale classificazione sia impossibile realmente, ma anzi spesso è oggetto di desiderio; inoltre porta con sé l’atteggiamento normale di espressione della sessualità volto a sensibilizzare e far capire che l’industria videoludica si sta muovendo nel modo sbagliato, che se fai una Bayonetta è automaticamente una zoccola, ma se fai un Kratos no, e nel secondo caso si parla anche di atti compiuti, fatti non parole, dunque una sessualità attiva più matura, concreta e consumata.

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C’è chi ha pensato che Bayonetta sia la derivazione di una sessualità giapponese deviata, ma ciò che si conosce poco è la società giapponese, che vive una fase di transizione in cui a livello mediatico la repressione femminile è fortissima e l’espressione della sessualità femminile si sta facendo prominente, ma il genere maschile giapponese invece di accettare, combatte rifugiandosi in dating simulator dove può trovare femmine suddite, reverenziali e castigate, con tratti e socialità al limite della normalità, e nascono le catene di alberghi in cui cenare da soli di fronte a un vetro che proietta l’immagine del nostro “appuntamento virtuale” facendo finta sia lì.

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Bayonetta però non ha forse fallito, perché ha evidenziato come, e qui non si parla solo di un genere, ma nella globalità, la sessualità femminile venga vissuta malamente, ci si rifugi dietro a consuetudini e regole non scritte che devono essere scardinate, Bayonetta, e seguito, non sono sessisti, sono il capro espiatorio per far riflettere su quanto di concettualmente sbagliato ci sia nel’interpretazione di canoni fisici e di atteggiamenti personali su un tema vissuto sempre come tabu (alla polinesiana senza accento): il sesso.

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Se si accusa Bayonetta di esser troia per una mimica, per un atteggiamento, mi aspetto un simile comportamento nei confronti di similitudini per ogni genere, quando invece non accade; e lo si nota, purtroppo, e soprattutto, in casi in cui l’espressione della sessualità è sincera, vera, reale e non volutamente sopra le righe a tal punto da essere oggetto di risa per far capire come invece la normalità sia altrove e vada rispettata.

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Concludo chiedendo a ognuno di voi di evitare di utilizzare i termini, tra virgolette sopracitati in questo articolo, in riferimento a persone che esprimono la loro sessualità liberamente, maschi o femmine che siano, e di provare a fare dei passi avanti nel comprendere come sia legittimo per chiunque esprimersi in un determinato modo, o quantomeno regolare il vostro grado di tolleranza in maniera egualitaria per tutti, senza due pesi e due misure.

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